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Teheran, 6/7/2015
rubrica
  • lettere internazionali

Un frigorifero nuovo nell'Iran delle sanzioni. Quando si parla di Iran, si parla di negoziazioni sul nucleare o di sanzioni economiche. Non si parla quasi mai di vicende quotidiane. Forse è giusto: in apparenza nulla lega trattati che finiranno nei libri di storia a vite ordinarie. Ma è nella banalità quotidiana che si misura la posta in gioco.

‘Ali e sua moglie Zohrè vivono con la loro figlia Saman in una grande città. Zohrè non lavora, ‘Ali è un funzionario pubblico di livello medio basso che fa fatica ad arrivare a fine mese ma accede a prestiti che permettono alla famiglia di sopravvivere con debiti. “Tutti in Iran sono indebitati, è una condizione esistenziale”, mi ha scritto ‘Ali raccontandomi del loro frigorifero. Una mattina si alzano e sentono odore di bruciato. Dopo aver vagato per casa preoccupati, scoprono che il motore del frigo si è rotto.

Non c’è oggetto domestico più necessario e meno trascurabile del frigorifero. Nulla più di un frigorifero definisce un’intera forma di vita in Iran o altrove: il modo di procurarsi cibo e di nutrirsi, ma anche la socialità domestica con i suoi ritmi e gesti, e quindi i rapporti tra donne e uomini. Se si rompe il frigorifero, si altera tutta la gestione delle cose e delle persone. “La nostra vita si è fermata” mi ha scritto ‘Ali.

In Iran, l’arrivo di frigoriferi alimentati a elettricità nel secondo dopoguerra segnò la modernizzazione della vita domestica nelle città. Nuovi modelli di vita, idee di progresso e di emancipazione. Dopo la rivoluzione del 1979, lo Stato investì molto in infrastrutture e l’elettricità arrivò anche nei villaggi più remoti a tutte le classi sociali. Sebbene i modelli di questo sviluppo fossero opposti a quelli che avevano guidato la prima modernizzazione negli anni Sessanta, ciò che era messo in discussione erano i presupposti ideologici, non la necessità dello sviluppo stesso, né del benessere che vi si associava: tutti ora potevano beneficiare del frigorifero (e della televisione). Il frigorifero trasformò le abitudini: si poteva congelare la carne, tenere in fresco burro e formaggio, bere bevande sempre ghiacciate, preparare in anticipo piatti che potevano essere consumati più tardi e così via. Come la lavatrice, il frigorifero cambiò soprattutto la vita delle donne che ora, si diceva, potevano organizzare diversamente la loro giornata. Questo significò che in breve il frigo da bene di lusso divenne bene necessario. Già vent’anni fa i giovani mi ripetevano che per sposarsi dovevano avere almeno un tappeto, una televisione e un frigorifero, le tre tecnologie che potevano assicurare la riproduzione della specie. Come per tutti i beni necessari, del frigorifero non contano solo le funzioni, ma anche, o soprattutto il superfluo ovvero la forma, gli accessori e la marca che danno prestigio a chi lo possiede: sebbene stia in un angolo della cucina, luogo solitamente non accessibile agli ospiti, il frigo, soprattutto nel mondo delle donne, è un oggetto fondamentale della propria immagine sociale.

Per questo ‘Ali, Zohrè e Saman si danno subito da fare. Un cugino raccomanda loro il negozio dove lui stesso pochi mesi fa ha acquistato il suo frigorifero: “Se vai a mio nome, ti farà un buon prezzo, e forse puoi pagare a rate. Quando ci vai, chiamami sul cellulare e lascia che gli parli io”. Faranno così, ma prima vanno nei migliori negozi della città per vedere modelli e chiedere prezzi. Entrati nel primo negozio, un affabile commesso si è prolungato nelle descrizioni. Frigoriferi gemelli, frigoriferi a due porte, frigoriferi con il freezer sopra o in fianco. Frigoriferi di marche iraniane, frigoriferi stranieri e frigoriferi stranieri montati in Iran. I frigoriferi giapponesi e americani hanno prezzi da capogiro, quelli sudcoreani sono costosissimi ma sembrano avere un rapporto qualità prezzo più adeguato, sono quelli più venduti. In un altro negozio gli spiegano che c’è una notevole differenza di prezzo se si compra un frigo straniero con o senza la garanzia e gli mostrano frigoriferi identici a quelli esposti in vetrina, ma a due terzi del prezzo. Costano meno perché sono di contrabbando, importati da Dubai illegalmente senza pagare le tasse doganali. “A cosa mi serve la garanzia se poi in Iran non c’è l’assistenza, o mancano i pezzi di ricambio originali?", ragiona ‘Ali con un amico che l’ha chiamato al cellulare, “L’Iran è così, tanto vale comprare senza garanzia”. Come per gli aerei o qualsiasi altra tecnologia non prodotta in Iran, ottenere assistenza o pezzi di ricambio è un’impresa difficile, quasi impossibile, per via delle sanzioni, ma nessuno vuole rinunciare al prestigio delle merci straniere.

Infine si recano al negozio raccomandato dal cugino, stretto e pieno di elettrodomestici. Il proprietario siede dietro un banco in fondo al negozio e giovani commessi si occupano dei clienti. Quello che parla con ‘Ali e Zohrè è arrogante, li tratta da ignoranti, più ‘Ali insiste, chiede della garanzia, delle rate e del prezzo di un frigo coreano, più quello è scortese; ma lo stesso modello che avevano visto in un altro negozio qui effettivamente costa meno. Suona il cellulare: è il cugino che gli dice di farlo parlare con il proprietario che, telefono alla mano, annuisce, ma, quando riattacca, offre le sue condizioni con un certo disdegno: non si fida delle garanzie offerte. ‘Ali si offende. Escono dal negozio. Si siedono su una panchina. Che fare? Comprare un frigo iraniano? Sudcoreano? Con che soldi? Da chi? Zohrè alla fine dice: “Quando mia madre ha messo insieme la mia dote, mi ha preso un frigorifero iraniano. Questo per me è stato un grande insulto, ho sempre pensato che un giorno mi sarei presa una rivincita e avrei acquistato un bel frigo straniero”. Ragionano. Se usano i soldi che hanno sul conto per un deposito iniziale, poi possono pagare le rate con parte di quelli del prestito che hanno chiesto alla banca, dovrebbero avere la risposta tra pochi giorni. E se poi non ottengono il prestito? Faranno economie: niente vestiti nuovi, niente svaghi. Decidono. È ben al di là dei loro mezzi, ma prenderanno un frigo sudcoreano. A due porte con il distributore di ghiaccio. Lo compreranno nel primo negozio dove sono stati, e dove li hanno trattati meglio, anche se costa di più. Al cugino diranno che l’hanno pagato di meno. Faranno una bella figura. Saranno ancora più indebitati, ma per almeno un po’ di tempo avranno l’orgoglio di un bel frigo, non si sentiranno da meno, anzi il frigo è meglio di quello del cugino. E questo conta. Nelle negoziazioni sul nucleare come nella vita quotidiana. Ci vuole energia per alimentare un frigorifero.

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