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Giovanni Berlinguer
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Conoscevo poco Giovanni Berlinguer. Sono stato amico da sempre di Luigi, suo cugino. Ma non ho mai incontrato Enrico e avrò, forse, parlato due o tre volte con Giovanni, che di Enrico era il fratello minore. Però Giovanni era nato nel 1924, cioè apparteneva alla generazione dei miei: un po’ più giovane di mio padre, che era del ’21, coetaneo, forse, o giù di lì, di qualcuna delle mie zie. Insomma, come succedeva e ancora succede a Sassari,specie nella città borghese che Sassari era allora, faceva parte di un gruppo di ragazzi e ragazze cresciuti insieme: scuole comuni, passeggiata di sera in piazza d’Italia, gite, primi balli. Sicché di storie sul suo conto ne ho sentite tante, nella memoria orale della mia famiglia: tra cui anche quella del campione imbattibile di boccette, o altre, più private, sui suoi primi flirt da adolescente; e ricordi sulla sua innata eleganza, sulla signorilità e la simpatia con cui impostava il rapporto con gli amici.

Piaceva a tutti, Giovanni, da ragazzo. Era figlio di Mario, eletto deputato un po’ a sorpresa nel 1924 al posto dell’eterno notabile Cocco Ortu, nella lista amendoliana (“stella a cinque punte”) che raccoglieva quel che restava dell’antifascismo democratico-liberale non sardista. Negli anni bui aveva onorevolmente fatto l’avvocato penalista a Sassari, aspettando che passasse la lunga notte; ed era tornato sulla scena politica solo dopo la Liberazione, aderendo al Partito d’azione diventando uno degli Alti commissari all’epurazione (nel ‘47 sarebbe passato ai socialisti di Nenni). Trasferita la famiglia a Roma (la mamma era morta precocemente, Mario era rimasto solo con i due ragazzi), Giovanni si era laureato in medicina alla Sapienza, specializzandosi poi in medicina sociale e igiene quasi a continuare una tradizione di famiglia, il nonno materno Loriga pioniere della medicina del lavoro in Italia. Avrebbe insegnato a Sassari e poi a Roma e avrebbe pubblicato molti studi scientifici, tutti molto apprezzati dagli studiosi. Le sue lezioni, il suo rapporto carismatico con gli studenti sono rimasti nel ricordo di molti, oggi medici affermati nelle due specializzazioni.

Accadde però quasi subito a Giovanni quel che era accaduto pochi anni prima ad Enrico, e come a loro anche ad altri ragazzi della grande famiglia sassarese: fu precocemente conquistato (quasi sedotto) dalla passione per la politica. Studente, fu fra il 1949 e il 1953 segretario e presidente della Uis (l’Unione internazionale degli studenti); poi militante e dirigente amatissimo del Partito comunista; poi, nel 1965-'69, consigliere provinciale a Roma, membro - sino allo scioglimento - del Comitato centrale del Pci, deputato dal 1972 al 1979, senatore nel 1983 (a Iglesias), nel 1987 (in Toscana), consigliere comunale a Roma nel 1983-'85, europarlamentare dal 2003.

Attività intensa, nella quale Giovanni mise in evidenza le sue doti migliori: politico intelligente e moderno, studioso attento dei problemi, sicché non c’è atto parlamentare o relazione o intervento pubblico nel quale non si noti l’accuratezza dei dati, la capacità di inserire i fatti, anche talvolta piccoli, nelle grandi prospettive e l’eleganza delle argomentazioni. La politica era per lui qualcosa di radicalmente diverso da quel volgare teatrino che poi sarebbe, purtroppo, diventata col passare degli anni. Per lui era prima di ogni altra cosa esercizio dell’intelligenza. E conseguenza logica di una scelta morale.

Non amava sbandierarlo (praticava un suo tenace understatement), ma s’intuiva in ogni suo atto, trapelava in ogni sua parola, come quell’impegno derivasse innanzitutto dalla lontana scelta giovanile in difesa dei più deboli e per contrastare l’arbitrio dei più forti. In ciò, in questa tenace fedeltà ai suoi ideali, ad onta della mitezza del suo carattere e del garbo innato, Giovanni Berlinguer appariva ed era incrollabile. Come un militante d’altri tempi.

Forse l’essere stato “il fratello” nel tempo della leadership indiscussa di Enrico, gli nocque un po’, lo confinò forzatamente in seconda linea. Ma, ciononostante, fu un comunista esemplare, sebbene molto diverso per tanti tratti da come lo era stato e lo era Enrico. Famosi i suoi comizi in Piazza d’Italia, quando gli capitava (e gli capitava spesso) di tornare a Sassari, infarciti di allegre espressioni dialettali, quasi volesse riprendere il dialogo mai interrotto con la Sassari popolare che era stata per oltre un secolo la base elettorale dei suoi familiari, a cominciare dal nonno Enrico, fondatore della «Nuova Sardegna» e leader del radicalismo di sinistra antigiolittiano.

Aderì ai Ds, dopo la svolta della “Bolognina”. Non al Pd, però, che cercò anzi di contrastare, schierandosi con Fabio Mussi contro Fassino all’epoca della confluenza nel nuovo partito. Fu un modo, anche quello, di non venire a compromessi con ciò che era stato. Negli studi scientifici, che gli furono cari e che mai abbandonò, ha lasciato pagine fondamentali, a cominciare dal celebre La medicina è malata, scritto nel 1959 con l’amico Severino Delogu, per proseguire coi lavori sull’igiene nelle borgate romane, sulle malattie del lavoro, sulla riforma sanitaria, sino al libro fondamentale sulla salute in fabbrica. Delizioso, perché scritto con il solito rigore ma al tempo stesso con la vena elegante dello scrittore di razza, il librino del 1988 dedicato ai suoi studi pionieristici. Le mie pulci, lo volle intitolare: quasi per ribadire quel suo modo ironicamente autoriduttivo di affrontare seriamente, ma senza seriosità, problemi serissimi.

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