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Fifa, geopolitica di una crisi
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Le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, che per quasi una settimana sono state dedicate agli arresti di diversi membri dei vertici della Fifa e all’annuncio delle dimissioni del suo neo-rieletto presidente Joseph Blatter, dimostrano quanto il calcio sia qualcosa di più di un semplice gioco. Del resto, pur rappresentando un’attività politicamente periferica e non certo vitale per le sorti di uno Stato, la sua elevata visibilità su scala globale e la passioneche suscita determinano la rilevanza di questo sport nelle relazioni internazionali. Ospitare un campionato del mondo, per esempio, non è solo un’opportunità per attirare importanti investimenti, ma costituisce soprattutto un’occasione per promuovere un’immagine positiva del proprio Paese e accrescerne il prestigio; basti pensare che la finale viene seguita in tutto il mondo da quasi un miliardo di persone. A sua volta la Fifa, grazie alla notevole indipendenza economica garantitale dai diritti televisivi, alla possibilità di escludere una Federazione nazionale e a quella di assegnare o togliere il diritto di organizzare un mondiale, ha la forza di influenzare le scelte dei governi nazionali.

L’elevato livello di corruzione dei suoi vertici era noto ben prima degli arresti del 27 maggio. Nel 2006 un libro-inchiesta del giornalista britannico Andrew Jennings aveva già dettagliatamente descritto il sistema para-mafioso messo in piedi fin dal 1974 da Havelange e perfezionato da Blatter, in cui gli aiuti economici a Paesi calcisticamente periferici e, spesso, di piccole dimensioni erano funzionali per garantirsi la rielezione, per perpetuare un sistema di potere e per alimentare clientele e corruzione. Ciononostante i vertici della Fifa apparivano intoccabili, fino a che un’indagine del dipartimento di giustizia americano e la non scontata collaborazione delle autorità svizzere ha messo fine a questa impunità.

Mentre dirigenti, politici e media occidentali applaudivano per gli arresti, chiedendo anche la “testa” di Blatter, il 29 maggio lo svizzero veniva rieletto presidente per la quinta volta, grazie ai voti dei membri di quei Paesi africani, asiatici e caraibici che egli aveva sempre privilegiato a discapito dell’Europa. Pubblico sostegno a Blatter è arrivato persino da Vladimir Putin, il quale, in maniera tutt’altro che disinteressata, è intervenuto duramente contro quella che ha definito come l’ennesima ingerenza americana in questioni che vanno ben al di là della sua giurisdizione. Il presidente russo oltre a mostrare i muscoli verso gli Stati Uniti, ha voluto anche affermare che i mondiali del 2018 assegnati al suo Paese non possono ormai più essere messi in discussione. Essi, infatti, rappresentano il fiore all’occhiello di una strategia del Cremlino che ha puntato sui grandi eventi sportivi con il triplice obiettivo di rafforzare l’immagine internazionale, definire le priorità dello sviluppo regionale e mantenere il sostegno da parte delle élite politico-economiche e della popolazione.

Sebbene nell’inchiesta siano stati incriminati solo quei membri e dirigenti della Fifa i cui reati di riciclaggio ed evasione fiscale erano stati commessi negli Stati Uniti o a danno di interessi americani, l’intervento della giustizia statunitense, che ha permesso di scoperchiare il “vaso di Pandora” del sistema di corruzione in seno alla Fifa, ha finito per far emergere anche nell’arena calcistica – dalla quale per ragioni culturali gli americani erano storicamente rimasti ai margini – le attuali tensioni geopolitiche fra i due Paesi.

Tuttavia sarebbe limitante leggere il “caso Fifa” esclusivamente nell’ottica di una “nuova Guerra fredda” e non soffermarsi invece sul fatto che negli Stati Uniti il calcio sia in forte ascesa e attiri crescenti interessi al punto che nel 2010 la Federazione americana aveva investito molto per ospitare i Giochi del 2022, assegnati invece al Qatar, che, pur avendo un dossier meno solido, svolse una più efficace azione lobbistica sui 22 membri aventi diritto di voto. Proprio il Qatar, che ha fatto dello sport un cardine della propria strategia di soft power, appare il Paese che avrebbe più da temere da un radicale cambiamento nei vertici della Fifa, anche perché le eventuali prove della corruzione si andrebbero a sommare alle difficoltà climatiche derivanti dal giocare a calcio a quelle latitudini, alle denunce sul mancato rispetto dei diritti umani e sullo sfruttamento dei lavoratori. Non è dunque un caso che all’annuncio delle “dimissioni” di Blatter la borsa del piccolo Paese del Golfo abbia fatto registrare il segno negativo. Peraltro, se al Qatar venisse tolto il Mondiale del 2022, gli Stati Uniti sarebbero la più concreta delle alternative.

In ogni caso le “dimissioni” di Blatter non sono state una resa incondizionata, ma una necessità per allentare la pressione mediatica e accontentare quegli sponsor (soprattutto a stelle e strisce) che minacciavano di abbandonare la Fifa in assenza di un suo passo indietro. Lo svizzero, infatti, rimarrà ancora in carica per i mesi necessari a promuovere la candidatura di un suo “gattopardesco” successore che possa garantire lo status quo e, se quest’operazione avrà successo, gli Stati Uniti saranno costretti ad aspettare almeno fino al 2026 prima di tornare a ospitare i mondiali di calcio… Cina e India permettendo.

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