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Idlib, 6/5/2015
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  • lettere internazionali

L'offensiva islamista in Siria. Il 28 marzo le forze ribelli siriane hanno conquistato la città di Idlib, capoluogo della provincia rurale del nord ovest siriano. Il 25 aprile uno schieramento di forze simili ha conquistato la città di Jisr al-Shughour, situata in posizione strategica in quanto connette l’entroterra di Idlib con la Turchia e la costa siriana. Entrambe le città erano ormai gli ultimi avamposti dell’esercito siriano e delle sue milizie nella provincia nel nord-ovest, una volta famosa per la produzione agricola e per essere stata una delle prime a ribellarsi contro il regime di Bashar al Assad nel 2011 e 2012, e ad offrire una delle principali base per le forze di opposizione.

Idlib è il secondo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei ribelli dopo la città di Raqqa. E, in entrambi i casi, i due capoluoghi sono ora governati da un fronte di forze islamiste. Se dal 2013 a Raqqa governano i salafiti-jihadisti dell’organizzazione dello Stato Islamico, ora a Idlib governa il Jaysh al Fatah, ossia un coordinamento di forze islamiste più o meno radicali di cui Jabhat al Nusra sembra avere la leadership. Jabhat al Nusra è l’organizzazione legata ad al Qaeda in Siria, ed è ben conosciuta tra i ribelli per essere particolarmente efficace ed efficiente nei suoi metodi di lotta armata e di governo dei territori. Nel corso degli ultimi due anni al Nusra ha rappresentato la forza d’urto, e poi di resistenza, ad Aleppo, Damasco e nel sud della Siria sia contro l’Esercito siriano sia contro i “cugini” concorrenti dello Stato islamico.

Il controllo quasi totale della provincia di Idlib racconta di come ormai siano le forze salafite-jihadiste ad esercitare la leadership militare e politica nei territori non più controllati dal regime di al Assad, ad eccezione della Rojava curda. Vi sono certamente altre formazioni militari e politiche più “moderate”, non estremiste, che purtroppo restano in posizione subalterna in quanto non hanno accesso alle fonti di finanziamento che permettono di condurre una guerra di logoramento come quella in Siria e a governare popolazioni e territori in assoluto stato di necessità. Dopo oltre quattro anni di guerra, malversazioni e soprusi ad opera sia delle forze governative sia di alcune milizie ribelli, la disciplina tanto spietata quanto semplice e comprensibile imposta dai salafiti-jihadisti può rappresentare una soluzione che garantisca quel minimo di stabilità necessaria a riprendere fiato. E non bisogna sottovalutare come i dirigenti di Jabhat al Nusra sappiano costruire alleanze e legami con le diverse autorità locali, in modo da garantirsi l’accesso ai territori e le fonti di finanziamento e reclutamento necessarie a proseguire la guerra con al Assad: questo è il caso della provincia di Idlib, appunto, così come della zona di Aleppo nel nord e di Dera'a e Quneitra nel sud. In Siria, questa è una differenza sostanziale nelle strategie dei due cugini-concorrenti di Jabhat al Nusra, dunque di al Qaeda, e dell’organizzazione dello Stato islamico.

La conquista della provincia di Idlib testimonia anche il successo militare dei ribelli nell’andamento ciclico della guerra in Siria. Dopo le offensive dei ribelli nel 2012 e 2013, la controffensive del regime assieme ad Hizb’allah e Iran nel 2013-2014, ora assistiamo alla nuova offensiva dei ribelli, questa volta a guida salafita-jihadista, nel nord e nel sud della Siria. Il regime di Damasco soffre non tanto per la mancanza di potenza di fuoco, bensì di truppe che siano capaci di combattere al fronte, e che possano essere sostenuti nelle proprie esigenze materiali. Sono recenti le notizie di come il governo fatichi ormai a pagare i salari delle milizie filo-regime, e delle proteste o veri e propri ammutinamenti contro le autorità di Damasco. Il sostegno finanziario e militare di Teheran e di Hizb’allah si conferma essere decisivo per la tenuta di Bashar al Assad, che, mai come prima, si trova in una situazione di estrema dipendenza dai due alleati dell’Asse della Resistenza.

Resta il punto che ancora oggi, a cinque anni dallo scoppio del conflitto, non s’intravvede una soluzione militare alla guerra in Siria. Nonostante prima i ribelli, poi il regime e, ancora dopo, i ribelli conquistino territori e risorse, nessuna forza in campo è in grado di dare la “spallata” finale al nemico. Allo stesso tempo vediamo oggi in Siria la più grave crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale, come attestato dalle Nazioni Unite. Una crisi le cui ripercussioni comprendono anche l’aumento dei flussi di rifugiati verso un’Europa sempre più richiusa in sé stessa, tanto xenofoba quanto miope.

Ciononostante, proseguono i tentativi di trovare una soluzione politica e diplomatica al conflitto. Oggi sono l’Egitto di al Sisi e la Russia di Putin che cercano di portare le diverse forze ad un tavolo negoziale, scontrandosi però con il rifiuto di coloro che tra i ribelli sono i leader del conflitto sul campo, ossia le formazioni salafite-jihadiste. Si pone, dunque, il problema politico su come relazionarsi con queste forze, una volta che si consolidano nel territorio e nella società.

Forse l’unico dato che, al momento, sembra essere chiaro è la divisione de facto della Siria in quattro zone controllate rispettivamente da: regime di al Assad nell’asse occidentale da Damasco, Homs, Hama e la costa mediterranea; curdi e arabi siriani della Rojava nel nord; Stato islamico lungo la valle dell’Eufrate; ribelli coordinati da Jabhat al Nusra nel sud e nel nord-ovest della Siria. A meno di una svolta politico-militare data dall’intervento massiccio di forze esterne, cosa assai improbabile, la fine delle ostilità militari potrebbe basarsi sul riconoscimento, de facto se non de jure, di una Siria costituita da Autonomie locali. Autonomie locali in cui il conflitto politico tipico di ogni società possa esprimersi attraverso la lotta per la partecipazione e il governo delle istituzioni, in modo non violento e non attraverso l’uso delle armi. Quello sarà il vero banco di prova della sostenibilità delle forze salafite-jihadiste, e non sorprenderebbe se la popolazione, anche conservatrice, si ribellasse contro i radicali.

[Questo articolo è pubblicato anche sul sito di Mente Politica]

 

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