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Perché non conviene uscire dall'euro
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Prima che le misure di risanamento si avvitassero di spinte deflattive, è probabile che da molti non fosse stato percepito di quale portata potesse essere il calvario del Paese. Mano a mano che appaiono evidenti i sacrifici che questa crisi strisciante comporta, sorge in molti il dubbio se valga la pena che questi siano affrontati per soddisfare i dettati della finanza internazionale e dell’intransigenza dell’Unione europea o se non esistano altre opzioni per evitare una prolungata sofferenza, specie alla parte più debole della popolazione. Andare avanti così significa subire un declino progressivo, che può durare un decennio (se basta) e non si capisce dove possa fermarsi. Un declino iniziato prima ancora della crisi del 2007, ma che si è approfondito successivamente e ha comportato da allora la perdita di un quarto della nostra produzione industriale e, a seconda delle stime, dai tre ai quattro milioni di posti di lavoro.

È ovvio che lo scenario migliore è quello che vede un’Unione europea uscire dall’ossessione dell’economia dell’offerta e capire che senza una dose massiccia di domanda non si cambiano le aspettative, né si rientra dai deficit. Non che misure di offerta siano inutili, ma lo sono (quando lo sono: caso per caso) solo come complemento a una economia tenuta per altra via a un buon livello di pressione della domanda. Tuttavia, è inutile concentrarsi su questo argomento o entrare nei dettagli di come potrebbe configurarsi una diversa Unione, perché non è fra le opzioni a noi disponibili, né è uno scenario che sembra in vista.

Rimaniamo sulle leve che abbiamo a disposizione, tralasciando il come sia nata la trappola in cui siamo caduti o l’individuazione dei «colpevoli» e delle «vittime» di questa situazione, su cui ho scritto in tante altre occasioni. Le opzioni a disposizione che abbiamo di fronte non sono di poco conto. Quella a cui dobbiamo confrontare tutte le altre comporta la riappropriazione del cambio.

Riproduciamo qui l'incipit dell'articolo di Salvatore Biasco pubblicato sul “Mulino” n. 1/15, pp. 18-28. L'articolo è acquistabile qui.

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