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Delhi, 30/6/2014
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Il trionfo che cambia l’India. Le elezioni del 2014 hanno sconvolto il panorama politico indiano. Il partito del Congresso, che ha dominato l’India per due legislature, dal 2004 in poi, è stato annichilito dal risultato: il BJP, la destra nazionalista indù, ha conquistato, per la prima volta nella sua storia, la maggioranza assoluta dei seggi della Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento di Delhi. I numeri parlano da soli: il BJP ha preso 282 seggi alla Camera bassa, quella che dà la fiducia al governo e che approva il budget dell’Unione, su un totale di 543. Il Congresso di Sonia Gandhi ha conquistato solamente 44 seggi, il peggior risultato della storia dell’India indipendente, ben peggio delle pur pessime previsioni di sondaggi e di specialisti.

Questo disastro del partito del Congresso è precisamente il dato da cui iniziare qualsiasi analisi politica sull’India dei nostri giorni. Più che "svoltare a destra" (il BJP è figlio diretto della potente RSS, l’Organizzazione dei Volontari nazionali), gli elettori indiani hanno rifiutato drasticamente la proposta e la leadership del Congresso: questa è l’impressione che si ha a una primissima lettura dei dati elettorali. Gli indiani hanno respinto la proposta debolissima del governo di Manmoham Singh e la leadership riluttante di Rahul Gandhi, figlio ed erede politico di Sonia e della più potente dinastia politica dell’intera Asia del Sud.

Il BJP guida una multipartitica alleanza panindiana, chiamata NDA, Alleanza democratica nazionale, che ha preso complessivamente 336 seggi. Il Congresso guida un’altra simile coalizione multipartitica panindiana, l’UPA, Alleanza progressista unita, che invece ha preso appena 58 seggi. Tanto per dare un'idea, nel Parlamento precedente l’NDA aveva 159 seggi, l’intera UPA 262.

Tantissimi sono i fattori - sociali, economici, politici e financo psicologici - alla base di questa catastrofe e di questo risultato. Una ragione in particolare, alla quale abbiamo accennato prima, riguarda l’esaurimento della formula di Manmohan Singh e la debolezza della leadership di Rauhl Gandhi. Questi due fattori hanno consentito alla campagna elettorale indiana di diventare una corsa con un solo cavallo: Narendra Modi, leader della destra, controverso chief minister del Gujarat. Modi, nonostante le sue vicende personali (le organizzazioni umanitarie indiane ed internazionali lo ritengono politicamente responsabile del massacro antimusulmano del 2002 nel suo Stato, il Gujarat), è riuscito a esprimere l’ansia, la pulsione di cambiamento della pubblica opinione indiana.

Ma ritorniamo ai due motivi politici che abbiamo segnalato, l’esaurimento della formula politica di Manmohan Singh e la debolezza della leadership di Rauhl Gandhi. Le immagini che li ritraggono sono esemplificative: la foto del primo ministro, Manmohan Singh, stanco, affaticato, malato (ha subito alcune rilevanti operazioni cardiovascolari) e la foto del giovane erede di Sonia che viene strattonato dalla mamma nel corso e alla fine della conferenza stampa del riconoscimento della sconfitta politica ed elettorale.

Manmohan Singh era il grande tecnocrate riformatore che, come ministro delle Finanze del governo Rao, nel 1991, aveva salvato l’India alle prese con una gravissima crisi finanziaria e valutaria. Per evitare il tracollo totale del Paese (Delhi aveva riserve monetarie per una sola settimana), Manmohan Singh varò una serie importante di riforme economiche "di mercato". Queste riforme riuscirono a far superare all’India la crisi della rupia e a far arrivare nel Paese i capitali internazionali che le hanno consentito, anche negli anni successivi, di riequilibrare il deficit strutturale della bilancia dei pagamenti. Ma quel deficit strutturale, purtroppo, non è stato affrontato e risolto strutturalmente: e infatti esso si è ripresentato.

Nell’estate del 2013, la rupia indiana è stata la valuta dei paesi emergenti più duramente colpita dagli annunci della Fed americana di prossimo allentamento delle politiche monetarie non convenzionali. La nuova crisi della rupia, seppure molto diversa da quella del 1991, ha riproposto tutti gli "sbilanciamenti" del modello economico indiano. La formula politica ed economica del grande tecnocrate riformatore era appunto totalmente esaurita: sul piano economico, come aveva dimostrato la nuova crisi della rupia, e sul piano politico, e psicologico, come mostravano impietose foto e video del premier affaticato e quasi mummificato.

Il partito del Congresso, per "superare" Manmohan Singh, ha proposto la leadership di Rahul Gandhi, che ha formulato alcune interessanti proposte di politica sociale a favore dei poveri e delle popolazioni rurali. Le proposte sociali erano sicuramente significative, ma la crisi della rupia e della bilancia dei pagamenti da un lato, e la debolezza della leadership del giovane erede, dall'altro, le hanno rese del tutto ininfluenti a livello politico-elettorale.

Rauhl è stato un leader del tutto riluttante, una candidatura imposta di fatto dalla madre ma che lui stesso non aveva mai accettato veramente. Gli elettori indiani hanno percepito questa estrema debolezza del giovane erede e hanno rifiutato la proposta politica del partito del Congresso. La voglia di cambiamento della pubblica opinione indiana ha trovato un solo canale disponibile di espressione, la candidatura di Narendra Modi. Che invece, da parte sua, è riuscito a presentarsi nel modo adeguato: sostenuto da una potente e molto ben finanziata campagna elettorale, ha trovato le parole e la visione giusta per l’India in ansia per le contraddizioni economiche, sviluppo, sviluppo ed ancora sviluppo.

Ovviamente questi fattori politici possono spiegare in parte la vittoria della destra nazionalista, ma non possono spiegare del tutto il risultato né la magnitudine della vittoria del BJP. Infine, va segnalato, almeno sommariamente, un effetto molto rilevante: la fine del sistema politico indiano degli ultimi venti anni. Con la vittoria a valanga del BJP è finito il "bipolarismo temperato" di quel sistema politico. A Delhi non siamo di fronte a una "normale alternanza". Ora che cosa aspetta l’India?

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