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Sofia, 7/5/2014
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  • lettere internazionali

Elezioni europee e governo nazionale. Sembra essere questo il binomio in grado di restituire una chiave di lettura del contesto bulgaro, non solo per i media locali ma anche per la stampa internazionale. Ma qual è il motivo? Un primo indizio, in realtà un dato di fatto, lo si può rintracciare nelle tensioni politiche scatenate nell’inverno 2012 da proteste contro la povertà, la gestione dell’economia e la corruzione, proteste che poi sono nuovamente scoppiate a metà del 2013 e che hanno dominato a lungo le giornate e le notti di molte città della Bulgaria. Un secondo indizio emerge da un’analisi della classe dirigente del Paese, che non cambia nella conduzione della cosa pubblica, qualsiasi sia la composizione di governo, e che continua a gestire l’economia in modo oligarchico.

Alle elezioni anticipate del maggio dello scorso anno è salito in carica un governo fragile, formato da una coalizione tra Partito socialista (BSP), Movimento per la libertà e i diritti (DPS), espressione della minoranza turca del Paese, e Partito ultranazionalista Ataka. La fragilità governativa e la precarietà del sistema si sono immediatamente manifestate in occasione della nomina di Deljan Peevski (DPS) a capo dei servizi di sicurezza, nomina poi prontamente ritirata in seguito a manifestazioni di indignazione. Secondo molti analisti, la popolazione bulgara, più che votare per le questioni politiche che riguardano l’Unione europea, darà il proprio voto per esprimere la preferenza riguardo al governo in carica. C’è da chiedersi, allora, se assisteremo a un testa a testa tra BSP e GERB (partito dell’ex premier Bojko Borisov). Ma se i socialisti dovessero uscire sconfitti oppure ridimensionati nelle preferenze, ci sarebbe l’immediata necessità di elezioni nazionali anticipate? In che modo si riassesterebbero gli equilibri?

A questi interrogativi si aggiunge anche un fenomeno che riguarda la proliferazione di piccoli e nuovi partiti e movimenti in cerca del 6%, la soglia minima per poter pensare di garantirsi un eurodeputato. Proviamo ora ad allargare il contesto e inseriamo il bacino mediterraneo. A livello sistemico si sta muovendo una perturbazione difficilmente ignorabile. Stanno saltando in modo più o meno violento gli schemi di riferimento che per decenni hanno retto. In termini transazionali è come se il Bambino Ribelle di queste realtà sociali si stesse prendendo la libertà, insita nella sua natura, di criticare apertamente le contro-ingiunzioni Genitoriali della società intesa come Genitore Culturale. Tornando alla Bulgaria i segnali sono ancora più chiari. Il crollo del regime comunista è stato segnato anche da proteste e manifestazioni. Dopodiché le ingiunzioni e le contro-ingiunzioni che tuttavia continuavano a permeare un comportamento di vita introiettato hanno avuto la meglio, e la società civile si è di nuovo data il permesso di placarsi. Ma una perturbazione, anche se può avere momenti di reflusso, tuttavia è iniziata. Se poi fattori contingenti contribuiscono a darle nuova forza è probabile che si riattivi e diventi inarrestabile, finché il sistema non trova un nuovo equilibrio per non soccombere.

La Bulgaria è alla periferia d’Europa ed è un Paese tra i più poveri. Il senso di emarginazione e di impotenza, la manifesta incapacità delle élite politiche di contribuire in modo costruttivo al miglioramento delle condizioni sociali, l’austerità dovuta anche alla crisi mondiale scoppiata nel 2008, la mancanza di tutela dei beni comuni, la pedanteria dei politici sfacciatamente predatori. Ecco alcuni dei componenti attivi delle perturbazioni sistemiche. Nell’economia dell'analisi, l’allargamento del contesto è funzionale all’abbandono di vecchi schemi interpretativi, come quello di “società post-comuniste”. Arriva un momento in cui i vecchi occhiali, ai quali siamo affezionati e che ci ricordano tanto del nostro passato, vanno buttati via per adottarne dei nuovi. I politici, di destra, che si sono molto interessati alle proteste degli scorsi mesi organizzate dagli studenti, come l’occupazione dell’Università di Sofia, facevano leva su paradigmi indicativi di una politica in crisi: trasformare la crisi e il neo-ultra liberismo in un nuovo anti-comunismo, identificando subito un nemico che per contrapposizione li aiutasse a definire se stessi, e così facendo presentarsi agli studenti come coloro in grado di fornire risposte alle domande sociali. Tra poco le elezioni europee. Assisteremo a un nuovo ciclo politico e sociale?

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