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Tokyo, 16/11/2009
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  • lettere internazionali

Giappone e Russia: prove di dialogo all'ombra del Sol Levante. Hatoyama Yukio, divenuto Primo ministro nipponico il 16 settembre 2009, ha subito dichiarato di voler risolvere il contenzioso territoriale con la Russia che dura dalla fine della seconda guerra mondiale e ha impedito finora la firma di un trattato di pace tra i due paesi. L’Unione Sovietica invase la Manciuria il 9 agosto 1945, ponendo unilateralmente termine al patto di neutralità firmato col Giappone, valido fino all’aprile del 1946, e continuando le operazioni belliche nelle isole Curili persino dopo la firma ufficiale della resa incondizionata, il 2 settembre. Il 2 febbraio 1946, i sovietici si annetterono formalmente quelli che i giapponesi chiamano hoppô ryôdo (territori settentrionali): le due Curili meridionali (Kunashiri ed Etorofu), Shikotan e le Isolette Habomai, sempre considerate parte integrante di Hokkaidô. Poiché l’URSS non firmò il Trattato di pace di San Francisco l’8 settembre 1951, in disaccordo con la sua stesura, lo stato di guerra tra i due paesi si protrasse fino al 1956. Il Primo ministro Hatoyama Ichirô, nonno dell’attuale premier, riuscì a sottoscrivere a Mosca una Dichiarazione congiunta che sanciva la cessazione dello stato di guerra, la ripresa dei rapporti diplomatici e commerciali, il rilascio dei prigionieri detenuti in Unione Sovietica, e soprattutto la caduta del veto sovietico all’ammissione del Giappone nell’Organizzazione delle Nazioni Unite. La questione territoriale era rimandata alla conclusione di un trattato di pace: dopo l’effettiva conclusione di esso, l’URSS avrebbe ceduto al Giappone le Habomai e l’isola di Shikotan (art.9 della Dichiarazione). La situazione tra i due paesi peggiorò con la revisione del Trattato di sicurezza nippo-statunitense nel 1960, perché il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, in piena guerra fredda, fece lievitare il valore strategico dei territori settentrionali e rese ancora più difficile la loro restituzione. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, le relazioni diplomatiche s’intensificarono, soprattutto grazie al rapporto personale creatosi tra il Presidente Eltsin e il Primo ministro Hashimoto Ryûtarô (1996-98), che stabilirono di firmare un trattato di pace entro il 2000, ma anche tale data scivolò via senza risultati tangibili.
Dall’inizio del nuovo millennio si è verificata una situazione di stallo con il cambiamento di vertice in Russia. L’ex Presidente, ora Primo ministro, Vladimir Putin ha operato con determinazione per permettere alla Russia di riconquistare il prestigio e l’influenza persi dopo la disgregazione dell’Urss; contemporaneamente gli enormi introiti derivanti dalla produzione di petrolio e gas naturale hanno mutato sostanzialmente la condizione economica del paese. Il nazionalismo russo ha conquistato slancio, rendendo più difficile la cessione delle isole contese al Giappone. Anche nell’Arcipelago, nello stesso periodo, ha prevalso un deciso atteggiamento nazionalista: il Primo ministro Koizumi Junichirô (2001-2006) ha irrigidito la posizione “morbida” nei confronti della Russia, che aveva caratterizzato gli anni Novanta, tornando a pretendere la restituzione di tutte e quattro le isole e compiendo nel 2004 una provocatoria visita nei territori del nord. Passi avanti non si sono fatti durante i gabinetti di Abe Shinzô (2006-2007) e Fukuda Yasuo (2007-2008), sebbene quest’ultimo, con uno scarto rispetto alla politica estera dei suoi due predecessori, propugnasse una vera e propria strategia diplomatica di buon vicinato con gli altri attori regionali per la prosperità e stabilità della regione dell’Asia-Pacifico.
Durante il gabinetto di Aso Tarô (2008-2009) il Giappone è diventato il terzo partner commerciale della Russia, con un valore d’interscambio commerciale di 30 miliardi di dollari, quintuplicato rispetto al 2003. Alla presenza di Aso è stato inaugurato a marzo nell'isola di Sakhalin, giapponese fino al 1945, il primo impianto di liquefazione di gas naturale della Russia, gestito da un consorzio costituito dalla russa Gazprom, dalla Shell e dalle compagnie giapponesi Mitsui e Mitsubishi: esso tratterà il gas estratto al largo dell’omonima isola, destinando il 65% della produzione al mercato nipponico, che ridurrà così la propria dipendenza dal gas liquefatto medio-orientale. Altri accordi tra Gazprom, Ministero dell’Economia nipponico e compagnie giapponesi riguardano progetti d’estrazione del gas nella Russia orientale vicino alla città di Vladivostok, gas che rifornirà i consumatori russi e poi la regione dell’Asia-Pacifico, compreso il Giappone, e sarà trasferito a Vladivostok attraverso il nuovo oleodotto Sakhalin-Khabarovsk-Vladivostok, che dovrebbe essere completato per la fine del 2011.
Da un paio d’anni circa la Russia sembra aver riscoperto il Paese del Sol Levante: ha bisogno delle capacità tecnologiche del Giappone, grazie alle quali l’Arcipelago è divenuto una superpotenza economica pur essendo privo di risorse, per affrancarsi dal suo ruolo di paese esportatore di materie prime e diventare una nazione industriale avanzata, ma esso rappresenta anche un luogo ideale per investire parte degli abbondanti introiti del petrolio. I capitali della Russia, a loro volta, destano interesse nell’Arcipelago in crisi. A unire Russia e Giappone è soprattutto il comune interesse a controbilanciare la crescita politica ed economica della Repubblica Popolare cinese (che sembra risentire molto meno di loro della crisi globale, continuando a registrare una crescita su base annua dell'8,6%), vissuta con apprensione dai due popoli con un passato di potenza (sia essa militare o economica) che devono fare i conti con un declino politico, economico e demografico (nell’Estremo Oriente russo esiste un serio problema d’immigrazione illegale dalla Cina, che rischia di compromettere il già precario equilibrio demografico locale, assumendo quasi le proporzioni di una minaccia alla sicurezza nazionale).
Nonostante la crescente interazione economica con il Giappone, la posizione della Russia sulla questione territoriale non si è per nulla ammorbidita, anzi il Presidente russo Medvedev ha ribadito che Mosca intende negoziare con Tokyo sulla base della Dichiarazione congiunta del 1956, ossia prendendo in considerazione solo la restituzione di Shikotan e Habomai, non delle Curili meridionali. Il possesso delle Isole Curili, infatti, rimane una questione d’importanza strategica per la Russia poiché rappresenta l’accesso all’Oceano Pacifico, oltre che una zona ricca di depositi minerari, e ciò, date le sue crescenti ambizioni di grande potenza, rende sicuramente più scarse le possibilità che il trattato di pace sia firmato in un prossimo futuro.

 

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