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Legge 194 e obiezione di coscienza
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  • Identità italiana

Grande rilievo è stato dato dai media al recente documento di condanna in cui il Comitato europeo dei servizi sociali, organismo del Consiglio d’Europa, afferma che l’Italia, a causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, vìola i diritti delle donne che vogliono avvalersi della legge 194/1978 sull’interruzione di gravidanza. L’articolo 9 della legge prevede appunto l’obiezione di coscienza da parte di singoli componenti il “personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie”, diritto riconosciuto e ribadito anche dall’articolo 22 del Codice deontologico dei medici del 2006. Ma lo stesso articolo 9 della legge 194 al terzultimo comma afferma che “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste […] e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti […] La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

Evidentemente la percentuale di “personale sanitario” obiettore, 36 anni or sono, era tale da permettere di rendere operativa e realmente applicabile la legge pur nel rispetto della coscienza dei singoli. Ma con gli attuali livelli di obiezione (si parla perfino dell’85% del personale sanitario, anche se i numeri andrebbero sempre verificati: ma non è il numero esatto che cambia la sostanza del problema) abbiamo una legge dello Stato che, pur essendo pienamente in vigore, è diventata sostanzialmente inapplicabile. Con tutta una serie di conseguenze: dalla discriminazione fra chi può permettersi di abortire all’estero e chi no, fino all’aumento della piaga degli aborti clandestini, per combattere i quali questa legge fu approvata. Le leggi, di solito, vengono abrogate dal potere legislativo oppure attraverso l’istituto del referendum; ma per la legge 194 esiste una terza via, molto italiana: l’abrogazione (di fatto) per impossibilità di applicazione, con potere abrogante nelle mani di una specifica categoria di cittadini, gli obiettori. Un fatto aberrante e inaccettabile al quale uno Stato con un minimo di serietà non può non porre rimedio.

Quanto agli obiettori, probabilmente le motivazioni etico-culturali che inducono all’obiezione di coscienza sono le più varie, ma è indubbio che un grande peso, anche quantitativo, hanno quelle di carattere religioso. Alcuni anni or sono (“Il Sole 24 Ore-Domenica”, 13 settembre 2009) il cardinale Scola scriveva che quando su beni specifici fosse “tecnicamente impossibile” un compromesso nobile su principi sostanziali, “i cristiani dovranno fare ricorso all’obiezione di coscienza”. Tralasciamo l’uso della forma verbale “dovranno” parlando di coscienza, argomento che riguarda piuttosto la concezione gerarchica dei fedeli-sudditi; e tralasciamo qui anche il tema di quali siano i principi sostanziali per i quali sia “tecnicamente impossibile” un compromesso politico nel senso più alto e nobile del termine. Basterà per questo ricordare che il nuovo arcivescovo di Montevideo monsignor Sturla sulla legalizzazione dell’aborto riconosce che una legge dello Stato va rispettata. È comunque indubbio che la coscienza dei singoli, oltre a dover affrontare e cercar di risolvere il fondamentale problema della distinzione fra reato e peccato, deve attendersi un rispetto e una salvaguardia assoluti.

Ma l’obiezione di coscienza comporta scelte non compromissorie: il “personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie” non può contestare con una mano la struttura (e la sua norma giuridica) dalla quale con l’altra mano ritira lo stipendio o il vantaggio economico della convenzione con il SSN. Esiste – ed è un valore etico che chi si richiama continuamente all’etica non può dimenticare – un dovere di lealtà nei confronti della struttura (e delle sue norme) di cui in qualche modo si è dipendenti o comunque partecipi: se il conflitto di coscienza è grave e insanabile, si esca dalla struttura contestata e ci si giochino le proprie capacità professionali nel libero mercato. In altre parole, è troppo comodo fare obiezione contro lo Stato e le sue leggi continuando a goderne il beneficio economico. Rinuncino gli obiettori all’esercizio di “diritti legittimamente acquisiti” (Gaudium et spes, n. 76) liberando in tal modo la propria coscienza, se ha un qualche senso, per loro come per tutti, meditare le parole di papa Francesco in santa Marta (11.11.2013) sulla “doppia vita” del cristiano.

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