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Tunisi, 18/2/2014
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  • lettere internazionali

L’eccezione tunisina. Guardando le immagini dell’Assemblea nazionale costituente (Anc) tunisina, la notte del 26 gennaio, subito dopo il voto con il quale è stata adottata a maggioranza schiacciante (200 voti a favore su 216 membri) la nuova Costituzione – i deputati in piedi che cantano all’unisono l’inno nazionale, si abbracciano, salutano con il segno della vittoria, dispiegano bandiere nazionali – sembra impossibile che sei mesi prima una cinquantina di quegli stessi deputati, in sit-in permanente davanti alla sede dell’Anc al Bardo, ne reclamassero lo scioglimento e che il Paese, scosso da assassinii politici e atti terroristici, apparisse sull’orlo di una restaurazione autoritaria. Allora, spiega la deputata Selma Mabrouk del partito laico-progressista Al Massar, “c’era stato il colpo di mano della maggioranza che il 1° giugno aveva stravolto in aula la bozza di Costituzione elaborata in modo consensuale in commissione. Per noi era inaccettabile. Il nostro sit-in al Bardo ha permesso di far tornare tutti intorno al tavolo. Avevamo ragione: adesso abbiamo una Costituzione che rappresenta tutti i tunisini”.

Sull’onda di una ritrovata unità nazionale l’opposizione laico-modernista sorvola sull’omicidio, tuttora irrisolto, del deputato di estrema sinistra Brahmi, al seguito del quale si è costituito il Fronte di Salute Nazionale che reclamava lo scioglimento dell’Assemblea. Tende anche a rimuovere il viaggio a Parigi di Rashid Ghannouchi, segretario del partito di maggioranza islamista Ennahda, per trattare con Béji Caìd Essbesi, fondatore del partito Nidha Tounes, almeno in parte erede del Rcd di Ben Ali, preferendo sotttolineare il ruolo della società civile dove spicca Husyn Abassi, segretario generale del potente sindacato unico Ugtt. Eppure sono stati questi i principali protagonisti del “dialogo nazionale” che ha dato una inattesa accelerata ai lavori della costituente e ha negoziato le dimissioni del governo islamista a favore di un governo di tecnici incaricato di traghettare il Paese alle elezioni. E infatti tre giorni dopo l’adozione della Costituzione e dopo un’altra seduta-fiume, all’alba del 29 gennaio il nuovo premier Mehdi Jomaa ha ottenuto la fiducia per la sua squadra di ventun ministri e sette sottosegretari (tre donne in tutto) “dai CV impressionanti”, come commentano i media: lauree in prestigiose università estere e incarichi pregressi in multinazionali e organizzazioni internazionali. Una solenne cerimonia ha segnato il passaggio di consegne, dopo quella altrettanto solenne della firma della nuova Costituzione del premier dimissionario Ali Laarayedh: un onore al quale Ennahda teneva particolarmente e che l’opposizione aveva fatto di tutto per negargli, premendo per accelerare le dimissioni e ritardare l’approvazione della Costituzione. Secondo il portavoce di Al Massar, Samir Tayeb, mentre l’opposizone ha riportato una vittoria sui contenuti (“li approviamo largamente”), Ennhada ha puntato con successo sui tempi a suo favore (“volevano una Costituzione il più presto possibile e firmata da uno dei loro”). Questo ha fatto convergere le parti politiche su un voto unitario, scongiurando il referendum che si sarebbe reso necessario se l’approvazione non avesse raggiunto la quota dei due terzi.

Si tratta di un risultato su cui molti non avrebbero scommesso. Al di là della retorica sull’“eccezione tunisina” – un piccolo Paese che ama descriversi come culturalmente omogeneo, tradizionalmente tollerante, dotato di una popolazione istruita e di forte coesione sociale – che cosa ha impedito finora, qui e solo qui, al processo democratico di deragliare come negli altri Paesi delle primavere arabe? Tre fattori sembrano aver fatto la differenza: il carattere autenticamente popolare della rivoluzione, il ruolo di contropotere del sindacato, l’intelligenza politica della leadership islamista. Il sollevamento è partito tra le popolazioni povere dell’interno, non tra le élite urbane; “era una rivolta sociale e non politica”, affermano all’Ugtt, e il popolo “non ha mai seguito i richiami alla contro-rivoluzione”, sostengono presso Ennahda.

Il sindacato, da parte sua, non solo rivendica apertamente il proprio ruolo politico – “non siamo entrati in campo adesso”, dice Sami Tahri della segreteria nazionale dell’Ugtt, “ci siamo sempre stati” – ma lo può dimostrare fatti alla mano. Determinante per il successo di kasbah 2, il movimento di protesta che ha fatto cacciare l’ultimo ministro del vecchio regime, lo è stato altresì, con le ondate di scioperi e proteste degli ultimi due anni, per l’indebolimento del governo islamista, e sarà anche determinante per l’eventuale instaurazione della tregua sociale richiesta dal nuovo premier. In quanto all’intelligenza politica di Ennahda, che ha anche saputo garantirisi importanti consensi internazionali, essa viene oggi implicitamente riconosciuta un po’ da tutti: il partito islamista, che ha fatto una serie di rinunce e concessioni “dolorose”, come affermano i suoi leader – e poco importa se liberamente e per amore del Paese o sotto costrizione e per salvare il salvabile – ha lasciato il potere non in veste di sconfitto, ma in veste di protagonista della transizione, con in più un’aureola di saggezza e lungimiranza, generosità e amor di patria. Tutte cose, commentano inquieti gli avversari, subito dopo aver mandato a casa il governo islamista, che questo si appresta a far fruttare in occasione delle prossime elezioni.

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