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Sulla legge elettorale / 2
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  • Identità italiana

Nelle scaramucce infinite che circondano il varo (atteso, per quanto ancora incerto) della riforma elettorale due sembrano quelle che più appassionano una platea che vada al di là dei tecnici di parte: la questione delle “preferenze” e quella delle “soglie di sbarramento”.

La prima è la classica alternativa del diavolo. Il tema sbandierato è dare all’elettore il potere di scelta contro il potere di nomina dei partiti. Tema indubbiamente rilevante non fosse che la questione è pressoché insolubile. Reintrodurre le preferenze vuol dire, come ammettono in molti, ritornare al sistema delle guerre per bande dentro i partiti con relativo incremento dei costi della politica, per non dire della corruzione. Significa infatti che ciascun candidato deve fare propaganda per se stesso, il che costa e non poco (si pensi solo alle presenze televisive), con la conseguenza che i denari vanno trovati da qualche parte con quel che ne consegue. E tacciamo del problema delle infiltrazioni sempre all’opera di lobby pulite e meno pulite, che peraltro lavorano anche oggi all’ombra delle selezioni nei “caminetti” dei partiti.

Viene ventilato che per salvare capra (liste corte bloccate) e cavoli (potere di scelta degli elettori) si potrebbero rendere obbligatorie le primarie per la selezione dei candidati. Mi permetto di osservare che questo significa solo spostare i “costi” (e il resto) che sta appiccicato al problema delle preferenze alcuni mesi prima nelle primarie.

Certo è inutile nascondersi dietro la tesi secondo la quale dare tutto il potere ai “caminetti” dei partiti (perché ormai nessun partito ha più qualcosa che assomigli davvero a una classica struttura “democratica”) porta ad avere un Parlamento di “nominati”. Per questo ho parlato di alternativa del diavolo.

Più ingarbugliata, ma risolvibile con un po’ di buon senso, la questione delle soglie. Qui il tema eluso sta a mio parere nel “corpo” rispetto al quale si vogliono computare gli sbarramenti. Se infatti, come sembra, si prendono a riferimento i voti espressi, si manipola in maniera eccessiva il significato della rappresentanza, perché si evita di far pesare l’astensione dal voto.

In questo caso infatti bisogna cominciare a distinguere fra un livello di astensione diciamo “fisiologico” (mettiamo un 20% massimo di elettorato), fatto di persone che hanno impedimenti vari a recarsi alle urne o che sono realmente indifferenti e disinteressati alla politica, e un astensionismo che supera quella soglia, dietro il quale sta un giudizio di rigetto della politica e di condanna della classe dirigente parlamentare. Questo giudizio ha lo stesso diritto di essere preso in considerazione di quello dei giudizi di coloro che scelgono i partiti in lizza.

Con un astensionismo che sta pericolosamente avvicinandosi al 50% dell’elettorato la faccenda è molto seria. Prima di tutto perché può spingere i partiti a disinteressarsi di ricreare i propri rapporti con il corpo dei votanti, considerando più semplice puntare sulla fidelizzazione del 50% di coloro che partecipano alla competizione elettorale. Ho l’impressione che sia più o meno la tendenza attuale in tutti i partiti piccoli o grandi che siano.

In secondo luogo perché la manipolazione delle soglie di sbarramento diventa abnorme e scarsamente comprensibile. Se per esempio è ragionevole dire che non si può dare rappresentanza a formazioni che non esprimano il consenso di almeno un 4% per cento del corpo elettorale diventa ridicolo quando questo diventa il 2% se quella percentuale venisse calcolata su un 50% di aventi diritto che si sono recati alle urne. Aggiungo di passaggio che per me la distinzione di soglia fra coalizzati e non coalizzati è senza senso, perché ciò a cui si deve fare riferimento è il livello di consenso che dà diritto ad avere voce in Parlamento e questo non cambia se si è coalizzati o meno.

Questo rilievo diventa ancor più determinante per la soglia di ammissione al ballottaggio per il premio di maggioranza. Anche qui la soglia del 35%, ma anche del 40% dei voti espressi potrebbe rappresentare, nel caso di una astensione al 50%, non impossibile perché è un’arma di protesta legittima contro lo strapotere dei partiti, il conferimento di una preminenza assoluta grazie al premio di maggioranza ad una componente che rappresenta intorno al 20% del corpo elettorale. È vero che questo potrebbe essere parzialmente sanato in caso di ballottaggio, dove comunque il premio viene attribuito dagli elettori, ma non è affatto impossibile che solo una componente raggiunga quella soglia prendendosi tutto il potere.

E allora? Qui la soluzione è abbastanza semplice. Se le soglie venissero calcolate poniamo rispetto all’80% del corpo elettorale (scontando un 20% di astensionismo fisiologico), già avremmo due risultati. Il primo è la fissazione di meccanismi di manipolazione benigna (cioè credibile) del voto in vista della governabilità. Il secondo è l’obbligo per i partiti di battersi per sconfiggere l’astensionismo cioè di lavorare per ristabilire la loro credibilità e legittimazione.

Scusate se è poco.

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Comments
Francesco Tedeschi, 28-01-2014, 18:17

La sua chiarissima analisi mi rende ancora più fermamente convinto del principio che una legge elettorale deve essere semplice e non, come nel caso in specie, un percorso ippico ad ostacoli... Questo principio nella sua descrizione (che è poi lo stato dell'arte) semplicemente non esiste, perché la semplicità non può essere oggetto di compromessi, nel senso più ampio del termine. Per chi ha studiato i sistemi elettorali come studente di scienze politiche diventa difficile comprendere tutto ciò visto che tale sistema non riesce a realizzare nemmeno per sbaglio un sia pur minimo compromesso tra rappresentanza e governabilità...

Parafrasando Talleyrand, il quale affermava che "la guerra è una cosa troppo seria per farla fare ai militari", con la stessa ironia io dico che le leggi elettorali sono una cosa troppo seria per farle fare ai politici, "vecchi o nuovi" che siano...