Rivista il mulino

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Amsterdam, 12/11/2009
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  • lettere internazionali

La febbre dei tulipani olandesi. Attraverso una semplice ricerca su Wikipedia si possono individuare alcune parole chiave riguardanti i “Paesi Bassi”: bicicletta, fiumi, banche, Erasmo, mulini a vento, tulipani, Rembrandt, zoccoli, Compagnia delle Indie, spezie, il Mare del Nord, aringhe, Anna Frank, compagnie di assicurazione, formaggi, Van Gogh, Maastricht e Euro.

Per non parlare della ricchezza e varietà di costumi, colori, suoni, sguardi che si vedono passeggiando nella capitale Amsterdam o nella sperduta e fredda, ma non meno tipica, Groningen. L’unità politica e l’intraprendenza economica, unitamente a una posizione strategica al centro dell’Europa, fanno di questo piccolo Stato di Stati una massa critica carica di energia.
Business are business, dove la combattiva banca ABN AMBRO, ottava in Europa per capitalizzazione con 68,3 miliardi di euro si è spinta all’acquisto e fusioni di banche in tutto il mondo: in Brasile con il Banco Real, negli Stati Uniti con La Salle Corporation, fino all’Antonveneta di qualche anno fa in Italia.
Riecheggiano i fasti del Seicento, il secolo olandese, quando questo piccolo paese di due milioni di abitanti, il 2% della popolazione europea dell’epoca, dominava un vasto impero e si era affermato come il centro dell’economia e della finanza internazionale. Come racconta Fernand Braudel all’interno di una analisi sulla storia del capitalismo europeo (Civiltà materiale, economia e capitalismo, Einaudi, 1982), l’Olanda disponeva della più grande ed efficiente flotta del mondo. Alla fine del Seicento avrebbe raggiunto 500 dollari di reddito pro capite, il più alto del mondo, seguito a distanza dalla Gran Bretagna (380), quest’ultima “regina” del secolo XVIII. Il ciclo egemonico olandese è stato proprio quello che più fedelmente ha riflettuto l’autentico spirito borghese e che ha realizzato la forma più vicina all’ideale del laissez-faire, prima di cadere vittima del mercantilismo statalistico dei suoi potenti vicini come la Francia borbonica nel Settecento.
Quale può essere, nell’Europa attuale, il ruolo di questo piccolo paese dal passato piuttosto ingombrante? Guardandosi intorno, benché da queste parti si respiri ancora una certa dose di ottimismo, i dati evidenziano una realtà diversa, soprattutto quando si prende come riferimento il futuro di ogni comunità nazionale, vale a dire i giovani. In Olanda proprio loro sono stati colpiti più duramente dalla crisi economica. Nel Rapporto dell’Ufficio centrale di statistica di Amsterdam si evidenzia che tra luglio e settembre 2009, l'11,5% delle persone tra i 15 e i 25 anni sono in cerca di occupazione, rispetto al 8,4% durante gli stessi mesi dello scorso anno. Il tasso di disoccupazione complessivo è aumentato al 5% nel corso di questi mesi, rispetto al 3,7% nello stesso periodo dello scorso anno (tanto che l’Olanda nel corso del 2008 ha rinviato l’apertura delle frontiere ai lavoratori provenienti dalla Romania e dalla Bulgaria). Il numero di persone che ricevono sussidi di disoccupazione è aumentato del 2,8%. Questi sono dati difficilmente confutabili.
Con una situazione finanziaria non ancora risanata (e al prezzo di un rinnovato interventismo statale, come avvenuto lo scorso autunno con la ripatrimonializzazione di Ing direct da parte dello stato olandese per 10 miliardi di euro) e un quadro politico attraversato da crescenti tensioni populiste (preoccupa in particolare l’ascesa del partito xenofobo Pvv di Geert Wilders, che alle recenti elezioni europee ha ottenuto un significativo 17%, triplicando il risultato delle politiche del 2006), pochi osservatori scommettono oggi che questo paese di mercanti e viaggiatori possa rinverdire i fasti del secolo d’oro.

 

 

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