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Ankara, 9/1/2014
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  • lettere internazionali

Scoperchiato il vaso di Pandora. Il nuovo anno non sembra portare buone notizie per il governo turco. Alla vigilia del 2014, infatti, una maxi operazione di arresti celebra un nuovo terremoto politico. Nel mirino della magistratura, nomi di spicco della scena politica e imprenditoriale turca. All'alba del 17 dicembre, infatti, finiscono in manette i figli di importanti ministri in carica, Interni, Economia e Pianificazione Urbanistica. Insieme a loro, anche il direttore della banca pubblica Halk Bankası, Süleyman Aslan, che nascondeva nelle scatole delle scarpe circa 4,5 milioni di dollari. E, ancora, Mustafa Demir, sindaco di Fatih, una delle municipalità di Istanbul, Ali Ağaoğlu, personalità di spicco del mondo delle costruzioni, Reza Zarrab, uomo d’affari di origine azera, e diversi altri esponenti del mondo industriale turco. Nella rete ci sarebbero anche i nomi del ministro per gli Affari Europei Egemen Bağış, delle Infrastrutture Erdoğan Bayraktar e dell'Economia Zafer Çağlayan. Le accuse contro la lista dei circa 52 imputati sono altrettanto eclatanti: frode, corruzione, traffico illecito di oro, appropriazione indebita, riciclaggio. Per un conto di circa 87 miliardi di euro.

All'indomani delle inchieste, i ministri coinvolti presentano le dimissioni. Poi, il rimpasto del Primo Ministro, oramai sotto i riflettori di tutte le prime pagine del mondo, sostituisce ben dieci ministri. Un susseguirsi di eventi che hanno fatto da miscela esplosiva per un contesto in cui riecheggia la mai sopita eco del Gezi Park. Alla notizia degli scandali, infatti, il popolo di Istanbul e di tante altre città turche torna a fare notizia. Il protagonismo dei Ministeri coinvolti porta alla ribalta la condanna contro la spietata speculazione edilizia. Contro quell'abuso selvaggio dello spazio pubblico, colpevole di aver venduto il Paese ai grandi nomi imprenditoriali turchi e stranieri. Un sopruso visto come un attacco al diritto di decidere, di scegliere del proprio suolo, della propria strada, così come della propria piazza. Una condanna a quella formula che ha segnato gli ultimi anni della storia repubblicana articolando libero mercato, dispotismo e repressione.

Non a caso, Erdoğan scatena una caccia alle streghe contro l’attacco giudiziario silurando gli incarichi di numerosi membri della polizia turca. Tuttavia, oltre al collasso di un sistema basato su speculazione, corruzione e trasformazioni urbane, le recenti inchieste esibiscono le trame oscure delle alte cariche dello stato. Un vero e proprio vaso di Pandora che svela guerre intestine e conflitti interni agli apparati statali. Precisamente, quello che sembra emergere è la guerra tra il premier Erdoğan e il pensatore islamico Fethullah Gülen. Fondatore di una confraternita musulmana, uomo d’affari che ha incassato milioni di dollari, capo di un impero di scuole e università, Gülen gestisce un grande apparato mediatico e finanziario tanto da essere annoverato tra gli intellettuali più influenti al mondo dalla rivista Foreign Policy. Dopo anni di idillio con Erdoğan, che al pensatore deve parte della sua ascesa in politica, negli ultimi tre anni, Gülen sembrerebbe rappresentare un ostacolo ai disegni politici del Primo Ministro. È ben noto, infatti, che il pensatore possieda grande potere nei servizi segreti turchi, nella magistratura e nella polizia. Uno Stato dentro lo Stato che inizia a fare vittime tra i suoi stessi autori. Infatti, da più di una decina di anni, l’Akp ha conquistato la vita politica turca appropriandosi della vecchia formula kemalista e insidiandosi lentamente negli apparati statali tanto da rendere difficile la stessa alternanza politica. Così, dopo aver promosso l’ascesa del partito di governo, questo impero di media, banche e scuola, oggi, sembrerebbe minarne la stabilità.

Dal canto suo, il governo grida al complotto internazionale che avrebbe tra i suoi promotori lo stesso Gülen. In questo scontro di poteri, l'offensiva di Erdoğan contro gli organi giudiziari mostra i toni di una pericolosa deriva: privare l'arbitro del proprio controllo perché ritenuto incapace di essere imparziale lascia spazio a un arbitrio senza limiti e a una deriva dai toni ancora più autoritari.

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