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Due parole al ministro Bray

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  • Culture

Un paio di settimane fa il ministro dei beni culturali Massimo Bray è stato in tv da Fabio Fazio. Al centro dell’intervista l’incresciosa vicenda dei 500 giovani disoccupati ai quali, nel “Decreto cultura” del governo Letta, si prometteva di dar lavoro entro un non meglio precisato “programma straordinario d’inventariazione e digitalizzazione” del patrimonio artistico. Salvo poi scoprire che sarebbero stati pagati 416 euro mensili lordi. Da qui la rabbia sacrosanta (prontamente raccolta dai giornali) di una parte cospicua delle molte centinaia di migliaia di archeologi, storici dell’arte, conservatori dei beni culturali e architetti, irresponsabilmente laureati dalle Università italiane negli ultimi decenni, perciò disoccupati, che hanno visto in questo “programma” l’ennesima burla giocata sulla loro pelle dallo Stato italiano.

Una questione spinosa, bene affrontata da Bray nelle risposte date a Fazio. Il ministro è apparso equilibrato, prudente e mite, tanto da scusarsi pubblicamente dell’accaduto, fatto inaudito nella politica italiana. Atteggiamento mantenuto nel prosieguo dell’intervista, dove Bray si è dimostrato perfettamente consapevole dei ritardi e delle inefficienze del ministero che dirige, raccontando d’essersi dovuto recare di persona a Reggio Calabria per mettere fine alla vicenda di bassa cucina politica locale che da quattro anni teneva i Bronzi di Riace invisibili nel palazzo della Regione, adducendo un restauro. Il terzo in trent’anni, quindi un restauro inutile e perciò stesso dannoso, che Bray ha invece finto intervento complesso e risolutivo, cogliendo con questa “dissimulazione onesta” il risultato di far tornare in tempo reale i Bronzi al Museo di Reggio. Bray non ha toccato il vero centro del problema della tutela del patrimonio artistico italiano. Come conservarne l’indissolubilità dall’ambiente in cui è andato infinitamente stratificandosi nei millenni; indissolubilità di patrimonio artistico e ambiente che con ogni evidenza cozza con gli interessi pelosi, quando non direttamente criminali, della speculazione edilizia.

Perché questa prudenza? Con ogni probabilità perché il ministro si è reso conto che, al Mibac, si continua ancora oggi a lavorare secondo i principi elaborati da Bottai (con Argan, Longhi, Brandi, Zevi ecc.) tra il 1938 e il 1945, quindi una tutela arcaica perché attuata solo in forza di aleatori, quando non direttamente dannosi, restauri estetici e di vincoli, limitazioni d’uso e quant’altro provvedimento solo in negativo da applicare ai privati proprietari. Dimenticandosi, il Mibac, che patrimonio artistico pubblico e patrimonio artistico privato sono in Italia inscindibili, quindi dell’esigenza che lo Stato operi quanto prima una comune e condivisa strategia di tutela con i privati proprietari. Dove l’ultimo esempio dell’ideologica e costante opposizione all’intervento dei privati nel settore della tutela è proprio la triste questione dei 500 giovani del “Decreto Letta”.

Preso atto, la fondazione privata “Astrid” presieduta da Franco Bassanini, dell’immenso e forse irreparabile ritardo con cui sta procedendo il catalogo pubblico del patrimonio artistico e del piano dato di fatto che l’intero problema della tutela non potrà mai avere soluzione fintanto che non si individueranno con la massima precisione i termini reali in cui quello stesso problema si pone, la stessa fondazione sì è detta disponibile a finanziare un lavoro d’inventariazione speditiva del patrimonio artistico, da condurre insieme al Mibac e da concludere in un paio d’anni. Un’operazione che avrebbe potuto dar lavoro a migliaia di laureati disoccupati pagandoli il giusto, di cui però il Mibac ha impedito l’attuazione opponendole la cooptazione di 500 giovani chiamati a fare non si sa bene cosa per 416 euro mensili lordi.

Che consigli dare a questo punto al ministro Bray? Due essenzialmente. Il primo, di non contare troppo sulla riforma del Mibac cui sta lavorando da mesi, perché una riforma che non si basi su una nuova politica di tutela incentrata sul rapporto tra patrimonio artistico e ambiente, come su una nuova legge di tutela che a quella nuova politica dia forma giuridica, è una riforma che può solo razionalizzare l’esistente che ha condotto lo stesso Mibac al suo attuale stato di agonia. Che so, far rimettere la divisa ai custodi; crescere (o diminuire) il costo del biglietto d’ingresso ai musei; ridurre l’insensato numero delle attuali direzioni generali. Tutte soluzioni che, proprio perché prese fuori da un nuovo e innovativo disegno di tutela, potranno facilmente essere riviste o cancellate da nuovi e futuri governi, se non da quello in carica, vista l’annunciata intenzione di Enrico Letta di portare nel 2015 all’Expo di Milano proprio i Bronzi di Riace. Che, per carità, si potrebbero pure portare (lì o altrove), ma solo in una condizione di razionalità e efficienza del sistema-tutela, quella che oggi assolutamente non c’è.

Il secondo suggerimento è di presentare in Parlamento la proposta d’una radicale riforma del ministero finalizzata alla conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente, con acclusa la bozza di una riorganizzazione dell’intero sistema della tutela. Quindi, ridurre di numero le Soprintendenze territoriali e dando loro dimensioni non più provinciali, ma calcate sulle aree culturali storiche del Paese, quindi anche interregionali. Restituire l’Istituto centrale del restauro all’originario ruolo di luogo centrale dello Stato per la ricerca scientifica di settore, riformandone completamente l’attuale organigramma. Ridefinire, in accordo con l’Università, la formazione dei Soprintendenti e dei restauratori. Una riforma la cui base di pensiero sia la fondazione d’una speciale “ecologia culturale” che riconosca alle opere d’arte e ai monumenti l’inedito statuto di componenti ambientali antropiche altrettanto necessarie al benessere della specie umana delle componenti ambientali naturali. Una riforma che indichi con precisione modi giuridici e tempi d’attuazione di una revisione dei rapporti tra Stato, Regioni, Province e Comuni, Chiesa e altri privati proprietari, così da rendere possibile un loro condiviso e armonico lavoro comune sul rapporto tra patrimonio artistico e ambiente. A cominciare dalla de-cementificazione del Paese, immensa quanto civilissima e complessa impresa per la cui attuazione si dovrebbe chiedere un finanziamento –  keynesianamente pubblico – all’Europa. Quello sì che aprirebbe migliaia di posti lavoro ai giovani in settori dei più vari e tutti finalmente qualificati: dalla manutenzione di monumenti e opere d’arte, alla ricerca scientifica in materie quali restauro, storia dell’arte antica e moderna, diritto, economia, architettura, ingegneria, geologia, chimico-fisica, trasporti, agricoltura e via dicendo.

Tutto ciò pur nella consapevolezza che una simile proposta mai sarebbe accettata dal Parlamento. Troppe le resistenze politiche, sia corporative e sindacali sia della lobby del cemento. Ma proprio per questo Bray verrebbe ricordato come il primo e solo ministro dei Beni culturali che ha prodotto un progetto concreto e razionale per portare la conservazione del patrimonio artistico sul piano della società, l’unico su cui davvero si decide il destino delle cose. Con una chance in più. A meno che l’attuale tramonto dell’Occidente non finisca in una tragedia, visto che un nuovo modello di sviluppo qualcuno prima o poi lo dovrà porre in essere e che questo nuovo modello di sviluppo, in Italia, non potrà non avere al proprio centro i due grandi temi del patrimonio artistico e dell’ambiente, forse allora ci si potrebbe ricordare di un ministro, Massimo Bray appunto, che di quel modello aveva parlato anni prima.