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Mumbai, 9/11/2009
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La diaspora indiana nell’era globale. La partizione che coinvolse il subcontinente indiano nel 1947, con l’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna e la contemporanea separazione del Pakistan, fu caratterizzata da una migrazione di massa di dimensioni storicamente inedite, con il coinvolgimento di circa 20 milioni di persone. Da quel momento i maggiori movimenti migratori hanno interessato soprattutto i rapporti tra India e i vicini Sri Lanka, Malaysia, Myanmar e Bangladesh, traducendosi spesso nel drammatico fenomeno dei rifugiati.

Nel 1999 erano circa 66.000 i rifugiati singalesi presenti in 133 campi nello stato meridionale indiano del Tamil Nadu. Nel 2000 gli immigrati che vivevano in India erano 6.271.000, tra cui 170.900 rifugiati. Tale aspetto, seppur delicato nella sua analisi e descrizione, si inserisce all’interno del discorso sulle ondate migratorie che hanno caratterizzato l’India postcoloniale, facendo emergere diversi livelli interpretativi. A partire dagli anni ottanta del XX secolo, concetti chiave come migrazione, identità socio-culturale, urbanizzazione, globalizzazione si sono sviluppati e diffusi nel dibattito scientifico e pubblico. L’India stessa all’interno dei suoi confini ha conosciuto una regolare migrazione (che per molti aspetti è del tutto attuale), caratterizzata essenzialmente dall’abbandono delle aree rurali verso quelle urbane. L’incremento della produzione industriale ha inevitabilmente attirato enormi masse di potenziali lavoratori, decisi a lasciare il villaggio d’origine per recarsi nelle prospere e grandi città dell’India moderna, capaci di catalizzare speranze e forza lavoro.
Il fenomeno migratorio così estende i propri confini, fino a diventare vera e propria dispersione, diaspora, attirando sempre più l’attenzione di antropologi e sociologi contemporanei. In passato questo termine rimandava automaticamente all’esodo ebraico, dall’esilio babilonese del VI secolo a. C. fino all’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale. Oggi, invece, la parola ha assunto uno spettro più ampio di riferimenti comprendenti diverse categorie: immigrati, minoranze etniche e razziali, rifugiati, espatriati, lavoratori in generale. Dunque, il termine diaspora è entrato nell’uso comune della lingua a indicare qualunque popolazione le cui origini culturali provengano da un territorio che è altro rispetto a quello dove stabilmente risiede, e le cui ramificazioni sociali, economiche e politiche attraversano i confini degli stati nazione. Questo processo sociale fu talmente intenso che, nel 2002, il termine “diaspora indiana” è stato usato dall’High Level Committee, presieduto da Laxmi Mall Singhvi, nel significato di “comunità di migranti che vivono stabilmente in altri paesi, consci della loro origine ed identità e che mantengono vari livelli di collegamento con la madre patria”.
Ma la diaspora indiana non è un concetto nuovo. Storicamente se ne individuano tre fasi: la prima, riguardante gli antichi mercanti medievali provenienti dalle coste orientale e occidentale dell’India che stabilirono un contatto con il Medio Oriente, Africa e Sud-est asiatico. La seconda, tradottasi con la massiccia emigrazione di lavoratori durante il XIX secolo allo scopo di soddisfare i bisogni della potenza coloniale. Infine, la fase postcoloniale, associata all’emigrazione dall’India di lavoratori specializzati verso paesi industrialmente sviluppati. In questo ultimo caso, il dato geo-politico ci dice che la moderna diaspora indiana riguarda soprattutto il sud-est asiatico, il sud-ovest dell’oceano Indiano, il sud Pacifico, la zona caraibica, il nord America, l’ Europa e il Golfo Persico. L’attuale fiorente middle class, di cui sempre più si sente parlare, è un fenomeno che interessa di certo l’India, ma anche gli indiani della diaspora. Vi è per così dire il fiorire e il maturare di una giovane cultura comune che riguarda vecchie e nuove generazioni.
Nella “globalizzazione” della diaspora indiana ciò che in passato fu causato dalla colonizzazione e dall’imperialismo, è ora evidenziato proprio dalle conseguenze dei processi globali, di cui l’aspetto “professionale” ne è un elemento costituente. I costumi tradizionali e i modi di vita si mantengono e l’auto-consapevolezza culturale si rafforza nell’impegno di conservare modelli classici della cultura di appartenenza in maniera ancor più decisa rispetto a quella adottata nella madre patria. L’esperienza della diaspora indiana (ma non solo) si definisce così attraverso una concezione dell’identità che si fonda sul riconoscimento di una necessaria eterogeneità e differenza. La diaspora indiana, dunque, soprattutto quella di nuova generazione, diventa uno strumento nella produzione di un fenomeno culturale ibrido, in cui i giovani selezionano ed elaborano coscientemente tradizioni culturali e identitarie sulla base di eredità molteplici.

 

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Comments
Federico Testadura, 27-09-2010, 11:19
I cambiamenti saranno inevitabili: se fra trent'anni l'area metropolitana di Tokyo avrà 36 milioni di abitanti, Londra più di 10, le conseguenze ricadranno anche sulle comunità più piccole: poniamo il caso di una cittadina con una frazione a 7 km, se questa viene inglobata è evidente che il medesimo destino toccherà ad una comunità vicina alla città in questione sia in rapporto alla popolazione ( diminuisce, aumenta ?) sia per l'espansione territoriale (urbana, economica, ecc.).Tutto ciò comporterà inevitabilmente una ridefinizione degli spazi umani in termini amministrativi e sociali (le presunte città inglobate potrebbero persino divenire distretti, ecc.).