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Teheran, 2/1/2014
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  • lettere internazionali

Destini incrociati. L’accordo interlocutorio raggiunto lo scorso novembre a Ginevra tra Teheran e le potenze del 5+1 sul programma nucleare iraniano ha suscitato la dura presa di posizione del governo israeliano. Reiterando una tesi che fu già all’origine dell’atteggiamento tenuto dall’amministrazione Bush Jr. verso lo Stato persiano, Benjamin Netanyahu non ha esitato a ripetere che l’Iran è  sull’orlo del baratro, che la conferma delle sanzioni potrebbe dare il colpo finale al regime dei mullah, e che l’intesa con la diplomazia iraniana consegna invece una formidabile vittoria politica proprio al principale avversario dello Stato ebraico nella regione.

L’incalzante campagna israeliana contro l’interim agreement di Ginevra ha però cause che non risiedono, tutte, nell’esclusivo ambito delle complesse geostrategie tra potenze regionali in Medio Oriente. Certo, è vero che Netanyahu ha più di una ragione per temere il rafforzamento del regime di Teheran: l’Iran è l’azionista di maggioranza del principale avversario militare di Israele oltre i suoi immediati confini settentrionali (Hezbollah in Libano e, ora, sempre di più anche sul versante siriano, oltre le Alture del Golan). E la bellicosità dei vertici iraniani al riguardo dello Stato ebraico non esita a placarsi: appena qualche giorno dopo gli accordi di Ginevra, il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif si è affrettato a precisare che “l’Iran non entrerà mai in negoziati sul programma nucleare che comprendano il regime occupante” (cioè Israele, NdA). Tuttavia, anche Netanyahu sa che in questi anni la strategia dell’isolamento del regime dei mullah non ha portato a nulla: anzi, se nel 2003 lo Stato persiano contava 160 centrifughe per la lavorazione degli isotopi dell’uranio, oggi Teheran conta più di 19.000 centrifughe attive.

Quello che Netanyahu ha probabilmente in mente, ma non può dire, è che alle presenti condizioni l’interesse di Israele rispetto ai negoziati di pace israelo-palestinesi è quello del mantenimento puro e semplice dello status quo a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.

Da mesi, infatti, Israele e Autorità Palestinese sono impegnati in colloqui di pace sotto la mediazione statunitense. Colloqui di pace che presto, al più tardi tra sei mesi, dovranno concludersi in un successo o, come più probabile, in un fallimento. Nonostante le energie profuse dal segretario di Stato John Kerry, infatti, le parti continuano a darsi battaglia sui progetti annunciati e in via di costruzione di nuove colonie israeliane oltre la Linea Verde, in territorio Palestinese. Nulla pare sia stato ancora detto delle grandi questioni del conflitto israelo-palestinese: il futuro di Gerusalemme, i confini tra Israele e lo Stato palestinese, il ritorno dei rifugiati palestinesi del 1948. Dell’unico punto in agenda effettivamente affrontato, le misure di sicurezza a tutela di Israele lungo il confine solcato dal Giordano, in territorio palestinese, il risultato è finora di un’impasse tra delegazione israeliana e mediatori statunitensi da una parte (truppe israeliane dislocate lungo il confine orientale tra Stato palestinese e Giordania, e gradualmente disimpegnate), e delegazione palestinese dall’altra (sovranità militare palestinese, con opzione a tutela della sicurezza di Israele per un contingente internazionale o di un Paese terzo). Anche gli ottimisti di ruolo, come i negoziatori Saeb Erkhat (Autorità Palestinese) e Tzipi Livni (Israele), cominciano a ricalibrare i toni verso il pessimismo.

Il percorso verso l’accordo intermedio tra i 5+1 e l’Iran, che Israele non ha mai fatto mistero di osteggiare aspramente, è un ulteriore solco tra l’amministrazione Obama e il governo Netanyahu. Questa volta, però, può servire le ragioni degli apologeti dello status quo come il primo ministro israeliano: riduce di riflesso la capacità d’influenza del mediatore Usa verso la diplomazia israeliana nell’ambito dei colloqui israelo-palestinesi, lasciando lo Stato ebraico libero di perseguire un’agenda politica dettata più dal dibattito domestico, legato a una maggioranza che ha nel partito dei coloni HaBayit HaYehudi una delle sue componenti più importanti, che dal principio di responsabilità nei confronti della comunità internazionale.

La leadership palestinese non è rappresentativa, lamenta Gerusalemme: il conflitto tra Fatah e Hamas fa meno rumore ma non per questo è finito, Gaza ha ormai il profilo di un’entità palestinese autonoma dalla Cisgiordania, e il presidente Mahmoud Abbas ha cambiato tre primi ministri dell’Autorità palestinese nel corso degli ultimi otto mesi.  Sta di fatto che è la politica di Israele oltre la Linea Verde del 1967, più dell’instabilità politica a Ramallah, a minare l’esito di quello che i commentatori ben informati ritengono sia l’ultimo tentativo possibile per una soluzione basata sul principio dei due popoli, due Stati. Se Israele vuole garantire il carattere ebraico del suo Stato anche nel futuro, la pace con i palestinesi non è più rinviabile. 

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