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Tirana, 17/12/2013
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  • lettere internazionali

L'Albania a un anno dal centenario. L'indipendenza dello Stato albanese fu proclamata a Vlora il 28 novembre 1912. A un anno dal suo celebratissimo centenario, l'Albania non ha certo risolto i suoi problemi, ma non è lo stesso Paese. Se in generale l'occhio dello straniero è più sensibile al cambiamento, è ancor più vero che i numerosi italiani in Albania tendono a sentirsi a bordo di un treno in corsa – sarà l'età media dell'Italia (la più alta del già vecchio continente) o il fatto che in patria il susseguirsi delle stagioni invernali è scandito dai libri di Bruno Vespa. Al contrario, similmente a quanto sostenuto da tutti i residenti del mondo, per la maggior parte degli albanesi il loro Paese «è sempre uguale e non cambierà mai». Rimanendo equidistanti da queste due prospettive diversamente parziali, è evidente come le novità susseguitesi nel corso dell'ultimo anno abbiano lasciato un segno sul giovane volto dell'Albania – un viso dai tratti incerti, felicemente rischiarati dal sole dell'avvenire.

Il cambiamento è stato innanzitutto politico. Come avviene in tutte le democrazie europee, esso è partito dal basso (gli elettori) ed è proseguito dall'alto (gli eletti) senza che queste due spinte entrassero in conflitto tra loro. La prima novità è dunque la normalità del gioco dell'alternanza: un dato affatto scontato alla vigilia delle elezioni dello scorso giugno, dominate dal ricordo delle amministrative del 2011, quando il sindaco della capitale venne deciso al termine di un riconteggio che richiese l'intervento delle forze diplomatiche americane. In questi primi mesi di governo, Edi Rama è stato molto abile nell'accentuare la percezione della svolta, sia sul piano formale che su quello sostanziale. In quanto totalmente sconosciuti nel contesto albanese – una realtà in cui il lessico della politica è quotidianamente esacerbato ed il lavoro dei governi è circondato dalla diffidenza e dalla disillusione – piccole accortezze di forma come il saluto all'avversario sconfitto in perfetto stile anglosassone o la rimozione dei cancelli aguzzi che circondavano il palazzo del governo sono apparsi come gesti rivoluzionari. D'altro canto, anche sul piano sostanziale le prime scelte governative hanno registrato un salto qualitativo: l'immediata abolizione della legge sull'importazione dei rifiuti e il no agli Stati Uniti sullo smaltimento delle armi chimiche siriane su suolo albanese – decisioni complesse sulle cui implicazioni si può discutere a lungo – sembrano essere figlie, e certamente in questo modo sono state scaltramente presentate, di una logica politica che per la prima volta travalica le categorie della forza e della convenienza immediata, criteri che hanno sempre guidato lo spietato pragmatismo dei governi Berisha. In questo senso, poco importa che queste decisioni siano state prese anche per lucrare consenso interno – secondo gli albanesi più maliziosi, dietro alle intuizioni di Rama vi sarebbe l'esperienza di Tony Blair, l'ex leader europeo che il primo ministro ha espressamente voluto come consigliere – né è rilevante sapere in che misura il nuovo governo sia animato da genuine priorità ambientaliste: il cambiamento politico, è innegabile, vi è stato.

Al dato politico è poi legato un ben più importante fattore di novità, relativo alla diversa percezione che i futuri cittadini albanesi avranno del loro ruolo nella vita pubblica del Paese: gli albanesi nati a inizio millennio cresceranno in un'Albania dove il voto democraticamente espresso sarà l'unico mezzo per ottenere il ricambio della classe politica; per quei ragazzi sarà normale pensare al proprio Paese come a uno Stato sovrano, persino davanti ad alleati della statura degli Stati Uniti. Al di là delle legittime posizioni sulla vicenda armi chimiche – gli americani avevano ben argomentato la loro richiesta, condendola di offerte allettanti sul piano economico ed ambientale – è evidente come i giovani cittadini albanesi stiano prendendo coscienza del loro peso politico nella creazione dell'Albania di domani: un dato reso evidente dalla natura civica e apartitica delle manifestazioni spontanee cui ragazzi giovanissimi hanno dato vita nelle prime due settimane del novembre scorso. Accusati, da un lato, di essere giovani disinformati ed esposti, dall'altro, alla facile strumentalizzazione mediatica da parte di un'opposizione in cerca di un elettorato perduto, questi inesperti apprendisti della mobilitazione politica si sono invece distinti per tenacia e capacità. Sarebbe certamente scorretto attribuire la retromarcia del governo unicamente alla loro azione, ma a mio giudizio è altrettanto ingiusto l'atteggiamento di tanti albanesi adulti e disincantati i quali, essendo vissuti in un altro mondo, non riescono a capire il valore delle giovani forze di cui oggi dispone il loro Paese.

Ai confini del fermento balcanico, come sempre, l'Europa osserva. Similmente a quanto avvenuto durante il centenario, anche quest'anno le celebrazioni per l'anniversario dell'indipendenza sono state caricate di attese europeiste: lo scorso ottobre la Commissione ha ribadito al Consiglio la propria raccomandazione circa la concessione all'Albania dello status di Paese candidato, una posizione fatta propria anche da una Risoluzione votata dal Parlamento europeo. Spetta ora ai governi degli Stati membri riuniti nel Consiglio europeo del prossimo 20 Dicembre decidere – all'unanimità – sull'opportunità di un simile avanzamento. Sebbene per ben due volte il Consiglio abbia gelato gli entusiasmi generati dalla Commissione, e sebbene il raggiungimento di un consenso unanime sia complicato dalle reticenze di diversi Paesi nord-europei, per la terza volta i media albanesi si sono abbandonati volentieri all'ottimismo, dando vita ad una sorta di festoso count-down. Vedremo se l'onda lunga del cambiamento albanese avrà la forza di superare quest'ulteriore scoglio. Per il momento, l'unica conclusione che possiamo trarre è che la fame d'Europa dei Paesi che ancora non ne fanno parte – Paesi per i quali Europa è ancora sinonimo di cambiamento – ha tanto da insegnare ai giovani euroscettici nati e cresciuti nei Paesi fondatori.

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Comments
Nicola Pedrazzi, 18-12-2013, 13:58
Utilizzo la sezione commenti per aggiornare l'articolo. Proprio ieri, 17 Dicembre 2013, il Consiglio europeo Affari generali ha negato nuovamente all'Albania lo status di paese candidato. A pagina 8 delle "Conclusioni sull'Allargamento e sul Processo di Stabilizzazione e Associazione" si legge: «In the light of this report, and on the understanding that Albania continues to build on the encouraging progress made so far, the Council looks forward to a decision regarding granting candidate status to Albania in June 2014, subject to endorsement by the European Council». Si tratta dunque di un «no» diverso da quello dell'anno scorso, perché l'attesa è posticipata di soli sei mesi, al giugno 2014. Una data che fa riflettere, dal momento che le elezioni europee si svolgeranno poco prima, tra il 22 e il 25 maggio 2014. Al di là dell'esplicita contrarietà di Olanda e Danimarca (cui va sommata la perplessità di Stati membri del peso di Francia, Germania e Gran Bretagna) il ragionamento che ha guidato il Consiglio sembra infatti essere più europeo che nazionale: così come si è scelto di temporeggiare rispetto all'ingresso di Romania e Bulgaria nello spazio Shengen, alla vigilia dell'elezione del nuovo Parlamento europeo non si vuole fornire un ulteriore argomento di scetticismo ai vari partiti anti-europa che sempre più vanno rafforzandosi nei vari paesi (e che con ogni probabilità saranno la vera novità in seno ad un Parlamento cui il Trattato di Lisbona ha assegnato, è bene ricordarlo, maggiori poteri).

La delusione degli albanesi sarà grande (si tratta, se non mi sbaglio, del quarto «no» consecutivo) ma non è detto, così come sostenuto in questo articolo che fotografa il punto di vista albanese sulla questione (http://euobserver.com/opinion/122466), che l'effetto sarà per forza depressivo. È anzi bene che tutti i cittadini albanesi comprendano che l'approvazione parlamentare delle leggi anti-corruzione richieste dall'Europa non basta, poiché esse vanno applicate e rispettate nel quotidiano. E nemmeno ci si può aggrappare all'avvenuto ricambio politico, poiché l'alternanza per via di libere elezioni è solamente uno degli indicatori di una democrazia compiuta. Il cambiamento vi è stato, è innegabile, ma evidentemente non è ancora sufficiente. Dopotutto, dal punto di vista strettamente politico, la strada imboccata dall'Albania porta comunque all'Europa: si tratta di una strada ancora lunga, sia da candidati ufficiali che da candidati de facto.