Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
Send to Kindle
Si fa presto a dire disagio
rubrica
  • la nota

Alla fine sono arrivati i forconi. È troppo presto per capire se e quali sviluppi assumerà questa protesta; se sarà riassorbita; se tornerà ad emergere in forme nuove. Ma una cosa è chiara già da tempo: il disagio sociale che ne è all’origine è assai profondo, e non scomparirà. L’Italia viaggia in terre incognite: se la speranza è che prevalgano sempre ragionevolezza e moderazione, la preoccupazione che ciò non avvenga è forte. Basata sui fatti.

Siamo in una crisi non solo profonda come intensità, ma anche straordinaria come durata. Conta l’intensità. Ma conta molto anche la durata: anni di difficoltà incidono sui patrimoni delle famiglie, sul tenore di vita, sulle prospettive dei giovani. Se vi sono difficoltà economiche gli italiani possono rinviare l’acquisto di una lavatrice o di un’automobile nuova; ma se la crisi persiste e la lavatrice o l’auto si rompe, ci si trova nell’impossibilità di sostituirla, con un peggioramento netto della qualità della vita. La crisi, poi, non è uguale per tutti: sta creando maggiori disuguaglianze, nuove fratture sociali. Colpiscono i volti delle persone, anche anziane, scese per strada a Torino.

Purtroppo, mancano prospettive positive. Si festeggia la fine del crollo del Pil. Bene; non era ovvio. Ma si festeggia ben sapendo che tutte le previsioni per i prossimi anni sono di crescita modestissima, non in grado di riassorbire la disoccupazione e di restituire potere d’acquisto. Chi può, va: come i giovani più qualificati. Ma questo, se dà sollievo individuale, aggrava la situazione collettiva, ritarda il possibile recupero.

La politica e le istituzioni hanno una credibilità in gran parte compromessa. Riflettiamo un attimo: le durissime ricette di Monti non hanno provocato che modeste proteste: perché erano condotte da uomini abbastanza credibili, vissute come inevitabili, accettate come sacrificio oggi per stare meglio domani. Ma il domani non arriva mai. E monta lo sgomento; si rafforza chi, come Grillo, soffia irresponsabilmente sul fuoco: tanto peggio, tanto meglio. Non si dimentichi il crollo dell’affluenza elettorale, anche, recentemente, in regioni civili e tranquille come la Basilicata. Lo scalpo delle province o del finanziamento pubblico ai partiti, la prosopopea dei tagli alla spesa pubblica come magica soluzione fanno rumore, ma non risolvono nulla; non spostano di una virgola la situazione di fondo.

Ciò che è più grave, monta una voglia di protezionismo e isolazionismo, l’avversione per l’euro, l’Europa e la Germania. Perché sorprendersi? Come nota sconsolato il Premio Nobel Jo Stiglitz “l’euro doveva portare crescita, prosperità e un senso di unità in Europa; invece ha portato stagnazione, instabilità e divisioni”.

La protesta dei forconi non è una questione di ordine pubblico. È una spia che segnala che l’austerità fine a sé stessa è non solo sbagliata economicamente, ma insostenibile politicamente e socialmente: perché la capacità di sopportazione ha un limite; e se viene varcato si va in terre ancora più incognite, gravide di rischi inimmaginabili fino a poco tempo fa. Una spia che indica la strada maestra: per salvare l’Italia (e l’Europa) bisogna ridisegnare più ragionevolmente nel tempo le politiche dell’austerità. Prima che sia troppo tardi.

Comments
roberto alessi, 16-12-2013, 15:42
Analisi impietosa ma largamente condivisibile; troppi anni di politica interessata, per motivi di potere, soprattutto a redistribuire ricchezza altrui. Disinteressandosi della sua creazione.
Ma non c'è più nulla da distribuire eccetto che la povertà.
Certo l'euro fatto (subito) a misura germanica da politici incapaci, o peggio, ci ha messo in ulteriori difficoltà; così come la bolsa burocrazia di Bruxelles è inetta e si dimostra ogni giorno assolutamente priva di capacità intuitive o solo analitiche.
Ma il problema italiano è solo in parte legato all'Europa; la mancanza di credibilità ed autorevolezza delle nostre istituzioni, ad ogni livello, nasce da lontano; dalle origini della repubblica, costituzione in primis.
Chi è impegnato nelle istituzioni di uno Stato democratico deve ritenere il suo lavoro un onore, e non un grave onere per i cittadini.
Questo sarebbe un possibile, ma improbabile, salto di qualità capace di ridare fiducia.
Intanto ognuno dei quindici giudici costituzionali percepisce più del il triplo dei nove della corte suprema USA, così Obama è pagato meno della metà del segretario generale della camera, praticamente come un segretario comunale in Italia.
E poi quarantasette milioni di euro per intercettazioni telefoniche; l'elenco è infinito; il denaro pubblico è una sine cura per una classe dirigente che non perde occasione per dimostrare una cialtroneria sprezzante.
Arrivano i forconi? Gli elettori sono sempre meno? I Grillo prendono sempre più voti?
Ma ci dicono che tutto: "è perfettamente legittimo..", secondo quale legalità?
Stigliz ha certamente ragione nel denunciare gli errori fatti nella gestione della moneta unica; ma qui in Italia abbiamo i nostri problemi secolari da sciogliere.
Non si può più fare con i soliti sistemi; saranno costretti a cambiare brutalmente rotta o a ricorrere alle maniere forti.