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L’Italia e le scienze dure

Algoritmi e stregoni

rubrica
  • Culture

La recente pubblicazione di una interessante ricerca scientifica di Lars Backstrom e Jon Kleinberg, a proposito di come i legami di coppia si riflettono nella struttura di Facebook, ha causato una piccola reazione a catena tra due gruppi di lettori nel nostro Paese. Da un lato chi ha appreso il contenuto di quel lavoro attraverso la necessaria quanto necessariamente vulgata versione che di esso si trova nella stampa. Dall’altro chi, invece, ha accesso al lavoro originale. La piccola querelle ruotava intorno alla parola algoritmo, citata dai primi quasi come un rituale di magia nera, evocatrice di demoni incontrollabili; difesa invece dai secondi per quel che è, cioè una procedura di calcolo. Ogni lettore può farsi un’idea sul confronto delle opinioni facendo con google la ricerca “abbasso gli algoritmi”.

In questo breve intervento vorrei concentrarmi sui pericoli che corre il nostro Paese a causa di questa antica idiosincrasia con le scienze dure. Anzitutto va precisato che le cause della diffidenza media degli italiani verso di esse sono complesse e non riconducibili a un singolo fattore. Si cita spesso l’esito del processo a Galileo e il suo effetto, a dir poco scoraggiante, verso coloro che avrebbero voluto dedicarsi alla scienza. O, in tempi a noi più vicini, la forza culturale e politica dei filosofi idealisti come Benedetto Croce che difendevano la supremazia della filosofia sulla scienza; o ancora l’impatto che ebbe la scuola voluta da Giovanni Gentile, che riservava le carriere dirigenziali a persone di cultura classica. Tutte queste spiegazioni, siano esse causa o meno dello stato attuale, distolgono l’attenzione da un altro fatto assai rilevante: l’assenza della consapevolezza che la scienza e il suo linguaggio, la matematica appunto come ci ha insegnato Galileo, servono alla salute del Paese, alla sua forza economica e politica. La scienza in altre parole serve anche a creare ricchezza, non dal nulla, ma dal lato creativo dell’intelligenza che chiamiamo ingegno.

Nel nostro Paese, come in molti altri, ci saranno sempre persone pronte a sbeffeggiare i lati tecnici della ricerca scientifica, evocare facili paure verso di essi, scovare i loro lati politically incorrect. Costoro avranno sempre facile presa nell’opporre strumentalmente una scienza fredda e astratta contro altre creazioni umane apparentemente più vicine al sentimento e alla passione, e non avranno difficoltà ad amplificare la non conoscenza dei risultati della ricerca scientifica in timore verso forze ignote e minacciose.

Tuttavia, le conseguenze di queste reazioni istintive sono diverse in Paesi diversi. Prendiamo gli Stati Uniti, ad esempio, dove la cultura scientifica media della popolazione non è certo superiore alla nostra. Negli Stati Uniti la classe dirigente sa perfettamente che cosa può fare la scienza. I presidenti americani hanno fondato scuole e università e hanno promosso imprese scientifiche colossali, come lo sbarco dell’uomo sulla luna. Là sono state promulgate leggi che permettono di fare donazioni a università e ad enti di ricerca, sotto forma di sgravi fiscali per privati e imprese. L’attuale classe dirigente statunitense sa che la scienza è utile, che crea benessere e opportunità. Tanto che la futura classe dirigente viene orientata verso una formazione in scuole e università di eccellenza, anche scientifiche. Si tratta di un circolo virtuoso che riesce a propagarsi in maniera efficace. Poco importa se qualche lunatico ulula il proprio smarrimento con rabbiose invettive contro gli algoritmi di Google o di Facebook. Ciò che conta è che fisici, matematici e informatici lavorano con mutua soddisfazione, su posizioni spesso di grandissima responsabilità, per le migliori industrie, per le società di consulenza e per lo stesso governo.

In Italia scuole e università di alto livello scientifico esistono e le eccellenze non sono rare. I ricercatori che formiamo, però, trovano un Paese che non sa valorizzarli e una classe dirigente, da quella politica a quella industriale, che li ignora completamente. Alla selezione dei quadri basata sul merito preferisce quella di stampo feudale. Il fenomeno dell’evaporazione dell’ingegno, da noi chiamato “fuga dei cervelli”, è solo una delle inconfutabili prove di tutto ciò. L’imprenditoria tecnologica inoltre – per intenderci quella che negli ultimi decenni ha prodotto le sole nuove ricchezze strategiche al mondo, quali quelle dei colossi Apple, Google, Facebook ecc. –compare solo a livello aneddotico.

In sintesi, da noi la cultura e il merito scientifico, a parte eccezioni che da sole risultano inefficaci, sono slegati da posizioni di rilievo non solo nella politica ma soprattutto nell’industria, nella finanza, nell’economia e nell’amministrazione. La mancata comprensione che la scienza, per il Paese che la promuove, è benessere, potere e ricchezza è tra le cause di una decadenza inesorabile e ad altissimo rischio per un Paese che non ha grandi risorse naturali. Ribadiamolo ancora: l’ingegno è la nostra più grande risorsa! La sua valorizzazione poggia tuttavia quasi esclusivamente sulla isolata tenacia di qualche genitore o insegnante che, con contagiosa passione, riesce a sopperire alla colpevole assenza del sistema Paese. Mancano invece reali incentivi per valorizzarlo. Tutto ciò ci mette in una condizione di estrema fragilità da cui è urgente uscire al più presto.