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Dopo la festa, il nuovo sindaco di New York dovrà dare un seguito alle promesse

De Blasio alla prova delle diseguaglianze

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“Il codice di avviamento postale non deve predeterminare il nostro destino” – con questa massima dell’avvocato per i diritti civili Jones Austin, una dei due collaboratori che il neo-eletto sindaco di New York ha scelto per guidare la transizione dall’amministrazione Bloomberg a quella democratica, si può riassumere il senso della linea politica che ha portato Bill de Blasio a City Hall. I quartieri della città, ha insistentemente spiegato de Blasio nel corso della sua campagna elettorale, si sono negli ultimi vent’anni balcanizzati secondo l’etnia e il reddito. Al di fuori di Manhattan e di qualche area di Brookyln e di Harlem, le opportunità economiche e sociali dei cittadini sono minime e la diseguaglianza restano la vera piaga di questa città (un destino peraltro condiviso con altre città dell’occidente europeo a americano). La lotta contro la diseguaglianza delle condizioni di vita e delle opportunità è stato il filo conduttore della campagna elettorale del candidato italo-americano. De Blasio (nome materno che egli ha scelto di adottare dopo che il padre è morto alcolizzato), figlio di genitori laureati e di sinistra (e per questo oggetto di un’inchiesta maccarthysta negli anni della caccia ai comunisti, durante la Guerra fredda), ha in qualche modo seguito le orme ideologiche della famiglia. Già responsabile della commissione comunale per le politiche del Welfare e leader sindacale, la sua fortuna politica è stata fulminea, salutata con enorme entusiasmo e speranza.

New York è, contrariamente alla pancia continentale dell’America, tradizionalmente democratica e in forme spesso più radicali che altrove. Ma de Blasio è stato senza dubbio il candidato più “progressista” degli ultimi anni, con una narrativa ideologica che pochi oserebbero sfoderare in Italia: accusando i 45 mila ultramiliardari che vivono a Manhattan di essersi arricchiti per anni sulle inumane condizione di vita e di lavoro del resto della popolazione newyorkese, ha dichiarato scaduto il tempo della tolleranza per la diseguaglianza. Se con le due precedenti amministrazioni repubblicane, quelle di Rudolf Giuliani e di Michael Bloomberg, le energie del pubblico sono state impiegate sproporzionatamente per risollevare Manhattan dal degrado accumulato nei decenni precedenti e farne quel che è ora – il centro finanziario, artistico e culturale del mondo – de Blasio propone di riequilibrare le sorti dei quartieri e di indurre chi ha accumulato a dismisura di restituire qualcosa. La sua campagna elettorale è stata come un affresco della vecchia contrapposizione dei “molti” e dei “pochi”: la plebe ha trovato il suo tribuno. Del resto, i potenti hanno scelto un debole candidato del Tea Party, non aggressivo come molti del suo movimento, senza armi argomentative affilate e forti. Come se, “i pochi” siano rimasti impressionati dello scenario prospettato da de Blasio quando ha detto loro che se non si decidevano a dare qualcosa in cambio, a contribuire per la città intera non solo per le isole felici e belle nelle quali vivono e prosperano, si sarebbero presto trovati ad avere le strade eleganti un ostello all’aperto per i senzatetto e le boutique luoghi ideali per i mendicanti.

Come nelle storie liviane della repubblica romana, anche in questo caso, i super-ricchi, memori forse della breve contestazione di Occupy Wall Street, si sono fatti convincere: non perché hanno votato per de Blasio o perché sono diventati generosi, ma perché si sono fatti prudenti. Per questo, forse, non si sono mobilitati abbastanza contro il candidato social-democratico che ha promesso di impiegare il governo di una della città più multietniche e diseguali del mondo a occuparsi esplicitamente di chi è restato indietro.

Se lo può fare, se ha trovato entusiasmo da parte della classe media e medio-bassa e di chi vive di espedienti e precarietà cronica, e se poi ha trovato poca resistenza da parte degli oligarchi è anche perché la città in questi anni di amministrazioni repubblicane è diventata più sicura.  E la sicurezza è una grande risorsa di benessere perché infonde fiducia. Una New York più sicura ha significato più opportunità per la classe media – bianca e nera – la quale si è trovata a vivere in quartieri che nel frattempo erano però diventati sempre più popolosi e più poveri. Questo fenomeno di integrazione delle classi ha da un lato sensibilizzato i benestanti nei confronti delle condizioni di vita dei più poveri e dall’altro fatto sentire la distanza con i super-ricchi ancora più insopportabile. La coesistenza della classe media e dei poveri ha dato i suoi frutti perché, evidentemente, il peggioramento delle condizioni di vita è percepito come pericoloso per la sicurezza. Non l’invidia per chi ha troppo ha quindi ispirato chi ha votato per il social-democratico de Blasio, ma la preoccupazione per una veloce erosione delle condizioni di pacifica convivenza cittadina. Ecco quindi le proposte di favorire l’edilizia popolare, di migliorare la vita pubblica dei quartieri popolari, e sopratutto di sollevare la qualità della scuola pubblica (che viene finanziata con le tasse sulla casa). Insomma, la politica della giustizia sociale e del riequilibrio delle diseguaglianze sembra convenire a un numero alto di cittadini ed essere un buon investimento per la città. In una congiuntura non facile, la sfida del primo sindaco social-democratico newyorkese del ventunesimo secolo sarà di trovare le risorse per fare quel che ha promesso con convinzione.   

Comments
Danilo Di Matteo, 18-11-2013, 12:36

Trovo assai interessanti diverse considerazioni. Ad esempio: il miglioramento delle condizioni di sicurezza ha contribuito alla non ostilità dei benestanti nei confronti di de Blasio. Inoltre, la vicinanza, nei quartieri, dei ceti medi e degli indigenti ha rimosso un'altra barriera. E poi l'aggettivo "social-democratico" dovrebbe indurci a riflettere sui nessi fra democrazia e diritti sociali, fra libertà e giustizia, fra il singolo e la comunità di appartenenza.

Credo, in definitiva, che una città, uno Stato, una federazione non possano consistere solo in un collage di quartieri, aree geografiche, squilibri di ogni sorta.