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La Chiesa parlerà anche Tzotzil e Tzeltal
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Le notizie al giorno d’oggi corrono rapide: arrivano, si commentano, fanno posto alle prossime e spesso si lasciano (o si fanno) dimenticare. È forte il rischio di perdere l’orientamento e di lasciarsi sfuggire qualcosa. Dalla considerazione non si può escludere il Vaticano, che Francesco sta trasformando in un luogo dal quale escono quotidianamente molte novità. Così può capitare di leggere che il papa ha consentito una “rivoluzione liturgica” in Chiapas autorizzando la celebrazione della messa e l’amministrazione dei sacramenti in tzotzil e tzeltal, lingue indigene di radice precolombiana. E che sarà mai, si potrebbe pensare tirando avanti. In realtà è un passo niente affatto scontato, meritevole di una riflessione che non fili troppo veloce.

La prima evangelizzazione delle Americhe procedette per tappe di violenta acculturazione linguistica: in principio si pensò di importare il latino. Gli indigeni non lo impararono e le alte sfere della Chiesa scelsero lo spagnolo, almeno nella parte del Continente che al tempo si divideva, con buona pace della precisione geografica, in “Messico” e “Perù”. Ci volle quasi un secolo (a proposito di un mondo che corre rapido!) per proporre formalmente un approccio diverso e cominciarono così a circolare le prime opere a stampa in nahuatl (Messico) e in quechua (Perù). Erano catechismi, e non è un caso: agli abitanti delle terre d’oltreoceano bisognava insegnare a comportarsi nel modo che i cattolici consideravano giusto. Erano le due lingue scelte come generali, una finzione per illudersi che tutti le parlassero. La realtà però raccontava una storia diversa: man mano che i missionari procedevano nella conoscenza dello sconfinato territorio incontravano nuove culture che si esprimevano in idiomi ignoti. Che fare? Due erano le risposte possibili: studiare le lingue o trovare altri modi di comunicare. Tra questi presero subito importanza la predicazione per immagini, l’uso degli oggetti e delle reliquie, la magnificenza delle processioni solenni. Alla violenza delle parole e delle forme della disciplina si cercò poi timidamente di sostituire modi di comunicazione più inclusivi. In prima fila stavano spesso i gesuiti, antenati di Jorge Bergoglio.

I secoli passano, ma prima che dalla traduzione dei catechismi si arrivasse a quella della liturgia abbiamo aspettato fino al Concilio Vaticano II. Da lì il latino ha perso l’esclusiva del sacramento e sono venuti a fargli compagnia in molti, oggi anche tzotzil e tzeltal. Francesco, fedele allo spirito dei confratelli di qualche secolo fa, ci dimostra con le opere e con le parole che la missione passa attraverso il riconoscimento della lingua dell’altro. Ogni pretesa impositiva va abbondonata, andare incontro al prossimo comporta un ribaltamento di prospettiva, un diverso approccio verso il non credente, quello che un tempo si definiva “infedele”. Il nuovo pontificato si segnala, tra le altre cose, per una radicale attenzione alle periferie: i cristiani devono aprirsi ai margini, che sono geografici, linguistici, culturali. E devono farlo, il pensiero di Bergoglio appare chiaro, con le parole di chi nelle periferie abita.

Luis Felipe Arizmendi Ezquivel, vescovo di San Cristobal de las Casas, una delle diocesi di tzotzil e tzeltal, ha salutato con entusiasmo la decisione di Francesco; l’ha definita un segnale della volontà pontificia: il clero deve stare più vicino alle sue comunità. Il popolo, aggiunge Ezquivel, ha il diritto di partecipare a celebrazioni liturgiche che incontrino la sua cultura; la parola di Dio deve arrivare ai fedeli nella lingua che è loro. Sembra semplice, ma ci sono voluti tempi che persino alla storia paiono lunghi.

Passano dieci giorni, ci si sposta idealmente di migliaia di chilometri ed ecco che Bergoglio nell’udienza ai membri della Commissione internazionale per le traduzioni del Messale in inglese dice che il lavoro loro e di chi li ha preceduti è “un contributo al rinnovamento della Chiesa”, uno dei segni della collegialità episcopale che trova la sua radice nel Concilio Vaticano II. Tradurre è, anche per la Chiesa del 2013, un’urgenza pastorale. Sappiamo bene che la traduzione non si limita a replicare in nuovi termini quello che è scritto in altri, significa piuttosto comprendere e comunicare. La lettera del Nuovo Testamento narra il miracolo delle lingue di fuoco che scesero sulle teste degli Apostoli per consentire loro di parlare in idiomi sconosciuti (polilalia). Il progetto pastorale di Francesco sembra andare nella stessa direzione: non attraverso i prodigi, ma grazie al lavoro di uomini di fede e di cultura il papa vuole che il messaggio del Vangelo raggiunga tutti, ma proprio tutti.

Arizmendi sostiene che la rivoluzione liturgica del Chiapas sarà un pungolo per le tante altre lingue parlate in Messico. È presumibile che sarà buon profeta e che vedremmo lavorare alacremente nuove commissioni di traduttori. 

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