Rivista il mulino

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Del centrosinistra di cinquant'anni fa e di quel che potrebbe nascere oggi

Tutti fermi, palla al centro

rubrica
  • Identità italiana

È sempre rischioso mettersi a fare paralleli storici, perché, come diceva James Bryce, non c’è niente di più ingannevole di una analogia storica. Tuttavia, qualche volta può essere utile.

Di fronte alla svolta che sembra essersi determinata nella politica italiana con la nuova versione delle “larghe intese” viene in mente un’altra svolta, forse di diversa portata, che si ebbe giusto cinquant’anni fa con l’avvio dei governi di centrosinistra. Allora i protagonisti erano diversi, ma una questione di fondo comune ai due episodi sembra già emergere da questo: allora l’apertura a sinistra era stata giustificata anche dall’esigenza di avere una “sinistra normale” con cui dialogare (essendo il Pci considerato anomalo per la sua sudditanza all’Unione Sovietica); oggi si discute se sia arrivata a conclusione la speranza da più parti agitata di avere una “destra normale” con cui fare sistema (il che non significa necessariamente “coalizione”).

Tuttavia conviene riflettere sul rischio che si ripeta quanto avvenne mezzo secolo fa determinando il rinsecchimento e poi il fallimento di quella svolta. Brutalizzo un po’, ma non credo di sbagliare nell’analisi. Entrambi i contendenti, Dc e Psi erano fortemente condizionati dal loro “esterno”. La prima dalla Chiesa che le imponeva di chiedere ai socialisti abiure del marxismo, dottrina che allora condannava senza appello, e poi da tutto un mondo economico che non ne voleva sapere di accettare un po’ di regolamentazione di uno sviluppo realizzato anche sull’arrembaggio. Il secondo era condizionato da un Pci che lo accusava di avere tradito la classe operaia e di essersi venduto al capitalismo, per cui gli chiedeva continue prove di ortodossia rivoluzionaria.

Si sa come finì: un’incessante dialettica avvelenata degli uni e degli altri in cui ciascuno chiedeva di piantare proprie bandierine ideologiche con provvedimenti il più possibile “identitari” (anche se magari si trattava soltanto di formule tonanti) e in cui ciascuno ribadiva in continuazione che mai avrebbe permesso al partner di essere quello che voleva essere e gli chiedeva “auto da fé” di vario genere.

Questo è ciò che sta minacciosamente all’orizzonte della soluzione che si è determinata col voto di fiducia del 2 ottobre scorso. I “diversamente berlusconiani”, che si avviano a rimettere in piedi un centrodestra moderato fondato su ragioni politiche e non su slogan, hanno i ricatti di tutti quelli che, falchi, o pitoni, o altri animali che siano, chiederanno loro continuamente di piantare nella coalizione bandierine ideologiche ad ogni costo per mostrare che non hanno “tradito”. I governativi del Pd saranno assediati dall’esterno da Cinque Stelle e Sel e dall’interno da un nutrito gruppo di loro simpatizzanti che insisteranno perché il governo pianti a sua volta bandierine “di sinistra”, per dimostrare che il berlusconismo è stato sconfitto e comincia la stagione del sole dell’avvenire.

Se si finisce su questa strada non si arriverà da nessuna parte, perché il governo da un lato continuerà ad apparire davanti all’opinione pubblica come un comitato che deve gestire un condominio rissoso e senza coerenza, e soprattutto, dall’altro lato, sarà costretto a far passare le riforme che inevitabilmente dovrà fare in forma di pateracchi in cui la sostanza riformatrice si nasconda sotto cumuli di fumoserie e concessioni verbali ai più diversi vezzi ideologici del momento.

Naturalmente ci si augura che ciò non avvenga, che la storia insegni qualcosa e che, come diceva il vecchio Eraclito, non sia possibile bagnarsi in un fiume immergendosi due volte nella stessa acqua. Perché ciò avvenga c’è però bisogno di un’azione decisa degli uomini che credono nella ragione politica. Perché i demagoghi che hanno occupato quasi tutte le posizioni nel corso del ventennio che abbiamo alle spalle non si faranno sfrattare facilmente.

Ciò significa riprendere in mano, seriamente, il tema delle riforme che un tempo si chiamavano “di struttura” e che sarebbe bene tornare a chiamare con questo nome, perché è davvero alle strutture di questo Paese che bisogna mettere mano. Esse sono materiali, quanto di tipo culturale. Si deve partire dal presupposto che non c’è ideologia precotta che consenta a qualcuno di porre condizioni a qualcun altro, ma che c’è una via da costruire ex novo attorno a un consenso che non può nascere altro che da un percorso di maturazione comune.

È quanto accade nelle fasi costituenti, con buona pace di quelli che pensano che le Costituzioni siano solo libretti da agitare nelle manifestazioni e di quelli che credono che la Costituzione in senso materiale siano i pasticci con cui la manipolano i politicanti, anziché le basi di accordo condiviso su cui un patto si regge al di là delle parole e delle formule.