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Una brutta fine per il piccolo Adolf
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Alla fine degli anni Settanta il film I ragazzi venuti dal Brasile (di Franklin J. Schaffner, dal romanzo di Ira Levin) ipotizzava che Mengele, il medico nazista dedito alle sperimentazioni eugenetiche, avesse “coltivato” una novantina di piccoli Hitler i quali, per crescere nel modo più adeguato, avrebbero dovuto diventare orfani di padre all'età di tredici anni. Il progetto per creare un nuovo e futuro Führer non avrebbe potuto compiersi senza la collaborazione di un'ampia rete di ex nazisti fuggiti in Sudamerica o inseriti nella quotidianità del dopoguerra tedesco e austriaco, il cui compito doveva essere, tra le altre cose, quello di eliminare i padri dei ragazzi al momento debito.

I giovani autori del finto spot Mercedes-Benz, realizzato come progetto di diploma della Filmakademie di Ludwigsburg e messo in rete pochi giorni fa, probabilmente non avevano negli occhi le immagini di quel thriller fantastorico di trentacinque anni fa quando hanno pensato di “eliminare” il piccolo Adolf Hitler.

Sulla linea di altri cult della science-fiction, gli autori del brevissimo (e tecnicamente davvero ben fatto) film mostrano come i sensori di un nuovissimo modello di Mercedes sappiano percepire il pericolo imminente e agire di conseguenza con il sistema di frenata automatica. Grazie a questo sofisticato strumento, due bambine bionde vengono salvate dall'improvviso arrestarsi dell'auto. Non è così per il bambino dai capelli neri e gli occhi azzurri che, sul finire dell'Ottocento, giocava (forse) per le strade del villaggio di Braunau am Inn: è allora che la madre grida il suo nome di battesimo con tutto il dolore possibile. A terra, dopo che per un istante lo spettatore ha visto il volto del bambino divenuto uomo nel futuro, il piccolo Adolf giace con gli arti aperti in modo scomposto, o meglio, “disposto” a comporre una svastica.

Se Mercedes si è immediatamente dissociata (Mercedes il cui marchio, oltretutto, fu una passione sia del Führer che di altri gerarchi), imponendo di evidenziare come l'azienda non sia stata coinvolta nel progetto, le polemiche non sono mancate nel web, sia sotto forma di articoli che di commenti dei lettori.

Al di là delle posizioni revisioniste e neonaziste di qualche isolato commentatore dal nickname fantasioso, o delle riflessioni sulla tecnologia con l'anima o il politicamente scorretto negli spot, la spaccatura principale è tra chi giudica di cattivo gusto o espressamente deprecabile l'idea di eliminare un bambino per le colpe che commetterà da adulto e tra chi invece accoglie l'humor nero dei giovani filmmaker. Alcuni, poi, si spingono a dire che sì, sarebbe stato meglio così.

Tutte queste posizioni, sia quelle dei detrattori che quelle degli entusiasti, tuttavia, hanno lo stesso fondamento: che il nazismo sia stato responsabilità del solo Hitler, senza di lui la Germania non avrebbe mai vissuto quel periodo. Ma anche il capo più carismatico non avrebbe potuto da solo compiere in soli dodici anni la trasformazione sociale, giuridica, economica, urbanistica e politica che il paese visse allora. L'unica critica che quindi si può fare al cinico film di diploma è quella di essere troppo facilmente assolutorio nei confronti della società tedesca di allora, indulgendo nella chiave di lettura più semplicistica di quel fenomeno che fu, va sottolineato, di massa.

Come aveva colto Ira Levin nel suo libro diventato poi film, la creazione di un piccolo nuovo Führer non sarebbe possibile senza il dedito e devoto supporto dei camerati, nazisti come e più di lui.

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