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Un Paese a 56k
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Nei giorni in cui il “decreto del fare” prendeva corpo, l’Unione europea licenziava il rapporto annuale sui progressi fatti dagli Stati membri sui temi dell’Agenda digitale, uno dei uno dei sette pilastri di azione su cui fa perno la strategia “Europe2020” per la crescita. La situazione italiana non solo non è rosea, ma conferma nell’ultimo anno le performance peggiori.

Il nostro Paese è sempre stato indietro nelle classifiche europee per quanto riguarda dapprima la diffusione dei computer, poi dell’accesso a internet; questo vale sia per la disponibilità di connessione a 56k sia, in seguito, di banda larga. Neanche l’ampia diffusione di smartphone (i tassi di crescita sono maggiori rispetto agli altri Paesi europei) sembra ridurre il gap nell’accesso e spingere a un uso “a tutto tondo” della Rete. Il vero problema è che l’Italia continua a registrare su tutti gli indicatori della società dell’informazione crescite modeste, mentre altri Paesi con gli stessi ritardi tecnologici e culturali nei confronti delle nuove tecnologie sembrano aver trovato una loro via digitale allo sviluppo.

L’obiettivo per il 2020 è di dimezzare la percentuale dei non utilizzatori della Rete rispetto a quel 30% registrato in Europa nel 2009. Se paragonata all’anno precedente, l’Italia nel 2012 registra una crescita di chi usa regolarmente internet di soli 2 punti percentuali - mentre in altri Paesi la crescita raggiunge anche i 6-7 punti. Ma è soprattutto per la qualità dell’uso della Rete che l’Italia spicca negativamente: gli italiani infatti risultano abitudinari, non sperimentano e non diversificano le proprie attività online. Inoltre, si confermano particolarmente affezionati a vecchie logiche di consumo, di organizzazione della vita familiare e di relazione con la pubblica amministrazione. Ad esempio solo il 50% degli italiani cerca informazioni online su beni e servizi (insieme a greci, polacchi e romeni), rispetto all’80% di svedesi, norvegesi, olandesi. L’uso dei servizi online della pubblica amministrazione è cresciuto in un anno di 24 punti percentuali in Romania, 8 in Croazia, 7 in Grecia e 5 in Svezia, Francia e Olanda. I più alti livelli di partenza di questi ultimi tre Paesi (tra il 60 e il 78%) suggeriscono che esistono spazi per migliorare l’offerta di servizi pubblici anche nei Paesi più avanzati.

Il dato forse più utile a interpretare la scarsa perfomance italiana è l’alta percentuale di chi dichiara di non provare interesse per internet, di non averne bisogno o ancora di non avere le competenze per sfruttarlo: quasi un terzo degli italiani denuncia scarso interesse (47% la media europea) e due quinti ritengono di non avere sufficienti e-skills (34% la media europea). Il tema delle competenze digitali assume dimensioni rilevanti quando si pensa che il 90% dei lavori prevederà nei prossimi anni una qualche forma di e-skills.

Il 29 giugno scorso è nata, con un duplice obiettivo, la cabina di regia per l’attuazione dell’Agenda digitale, presieduta dal presidente del Consiglio dei ministri (o un suo delegato), sei ministri (Sviluppo economico, Pubblica amministrazione e semplificazione, Coesione territoriale, Istruzione, Salute, Economia e finanze), un presidente di regione e un sindaco (indicati dalla Conferenza unificata). Da un lato, si vuole avviare il lavoro da presentare al Parlamento – entro 90 giorni dall’entrata in vigore del “decreto del fare” – “un quadro complessivo delle norme vigenti, dei programmi avviati e del loro stato di avanzamento e delle risorse disponibili che costituiscono nel loro insieme l'agenda digitale”. Dall’altro, si istituisce un “tavolo permanente per l’innovazione e l’Agenda digitale italiana”, che è un “organismo consultivo permanente composto da esperti in materia di innovazione tecnologica e da esponenti delle imprese private e delle università, presieduto dal commissario del Governo per l'attuazione dell'Agenda digitale”.

I presupposti non appaiono dei migliori. Dopo i ritardi clamorosi del governo Monti nell’istituire l’Agenzia per l’Italia digitale (il cui Statuto fu presentato e ritirato di corsa prima dell’esame alla Corte dei conti), il percorso indicato sembra ben strutturato burocraticamente, ma privo di obiettivi chiari. Di conseguenza, anche i contenuti faticheranno a emergere. L’unico traguardo che dovrebbero tutti tenere a mente è quello di imbrigliare seriamente l’Italia in una corsa verso gli obiettivi di “Europe 2020”. Agganciarsi al treno della Digital agenda europea è veramente l’ultima chance per la crescita economica e sociale del Paese. La governance e soprattutto l’attuazione dell’Agenda digitale non sono temi facili, ma – tra tavoli ed esperti – qualche errore si può evitare.

Il primo errore è perseverare nella convinzione che si debba agire solo dal lato dell’offerta. Il mantra “l’importante è investire nelle infrastrutture, dotarsi di banda ultra larga e maggiore concorrenza” è giustificato con il forte impegno del commissario europeo Nelly Kroes verso la creazione di un mercato digitale unico nel campo delle telecomunicazioni. Questo atteggiamento riflette però una visione ancora troppo tecno-centrica, che vede la tecnologia come motore di mutamento sociale (positivo). In questo caso, l’offerta non crea (tutta) la domanda.

Il secondo errore, strettamente correlato al primo, è dimenticare l’altro forte impegno che il commissario Kroes porta avanti: quello di rendere digitalmente abile e competente ogni cittadino europeo (Every european digital). L’infrastruttura non può prescindere da chi poi la sappia usare per scopi sia personali (nella vita quotidiana) sia di impresa (per esempio, per avviare una start-up). Le competenze digitali devono essere al centro di programmi locali e nazionali di formazione per equipaggiare i cittadini digitali di e-skills appropriati nel cogliere le opportunità che stanno emergendo (la Grand Coalition for Digital Jobs è pensata proprio in direzione).

Il terzo errore è continuare a far rientrare nell’Agenda digitale temi che nulla hanno a che fare con lo spirito e le direttive europee: il domicilio, la carta d’identità, il fascicolo sanitario, i pagamenti e la firma in formato elettronico non sono altro che meri atti di digitalizzazione dell’esistente e non incontrano l’idea di creare una società inclusiva, sostenibile e “smart”.

Abbandoniamo quindi l’idea dell'innovazione come strettamente tecnologica per abbracciare una prospettiva più ampia, che apra una via italiana allo sviluppo digitale, senza che questa dipenda tuttavia da cabine di regia, esperti e nuova burocrazia.

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Comments
marco gioanola, 09-07-2013, 10:54
Io lavoro da ormai quasi dieci anni nel mondo delle telecomunicazioni e Internet è il mio strumento di lavoro. Che l'Italia sia agli ultimi posti di tutte le classifiche di penetrazione della banda larga lo si sa da anni, viene confermato regolarmente da tutte le statistiche di tutte le fonti, e basta avere qualche rapporto con l'estero per accorgersene, anche senza rapporti ufficiali. Si noti anche che solitamente, spesso per non far sprofondare l'Italia nel terzo mondo, tali rapporti considerano la banda "larga" anche quando larga non lo è più: il rapporto EU mi sembra non fornisca nemmeno una definizione di "broadband"; lo State of the Internet Q4-12 di Akamai classifica come broadband le connessioni ad almeno 4Mbps e "high broadband" quelle sopra i 10Mbps: la percentuale di utenti sopra i 10Mbps è del 2,8% in Italia (meglio solo di Grecia e Turchia) e del 23% in Svizzera.
Io sono dell'opinione che da noi si continui a guardare al problema dal lato sbagliato. Non sto nemmeno a commentare posizioni come quella di Bernabè, che tempo fa fondamentalmente disse che gli italiani della banda larga non sanno che farsene. È vero ciò che viene sottolineato nell'articolo, le carenze infrastrutturali e le "agende" confusionarie, ma mi sembra che manchi un punto importante: le infrastrutture non digitali del paese. Il servizio postale italiano ha fama di essere -ognuno giudichi se a ragione o torto- uno dei più inaffidabili al mondo; il trasporto su ruota è ingolfato in giganteschi ingorghi intorno alle grandi città; sul trasporto merci su rotaia o via aerea stendiamo un velo pietoso. È chiaro che in uno scenario del genere chi vuole acquistare online merci non digitali si rivolge ai colossi internazionali tipo Amazon che grazie alla loro potenza di fuoco possono utilizzare servizi di consegna economici ed efficienti, non certo alla piccola azienda italiana che non ha la forza di mettere in campo servizi di corriere espresso dedicato, sostituzione resi, eccetera. Oltre a deprimere la situazione generale, ciò crea un circolo vizioso per cui anche l'imprenditore che potrebbe spingere la propria azienda verso Internet, non essendo egli un consumatore in primo luogo, non ha nessuno stimolo a muoversi verso l'ecommerce. L'osservatorio del politecnico di Milano pubblica un rapporto sull'ecommerce dove regolarmente spicca l'assenza dei grandi marchi italiani.
Poi sarebbe anche il caso di guardare in faccia la realtà e accettare il fatto che in Italia è praticamente impossibile, per varie ragioni, scavare nuovi passaggi per le connessioni in fibra, quindi o si usa qualcosa di esistente, o bisogna inventarsi qualcosa di nuovo. O qualcuno pensa realmente di veder magicamente apparire le ruspe in migliaia di piccoli comuni italiani a mettere sottosopra le strade per mesi per posare fibra? Altro aspetto da chiarire è che soldi pubblici non ce ne sono e non ne vedo in arrivo a breve, quindi le grandi telco dovrebbero fare meno annunci e consorzi e invece procedere con iniziative reali e autonome.
A me sembra che questa agenda digitale assomigli a un gioco di società, a una specie di chiacchierata da salotto di tecnocrati totalmente disconnessi dalla realtà del Paese, che invece affonda a causa delle carenze non digitali: trasporti e istruzione in primis.