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Il 19 aprile del Pd
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La quarta votazione per l’elezione del presidente della Repubblica ha sancito la fine del progetto di aggregazione di uno schieramento di centrosinistra sotto l’etichetta del Pd. Anche se molti commentatori hanno, sull’onda del momento, attribuito quest’implosione a una carenza di leadership, sarebbe ingeneroso e poco lungimirante non comprendere come in realtà le radici di questo fallimento siano molto più profonde e risalgano alle modalità con le quali il partito è stato fondato e al sistema di governance interno sul quale si è strutturato.

In primo luogo quella che è stata definita come la “fusione a freddo” tra i resti di un partito post-comunista e le residue schegge che rimanevano di parte della Dc. Non soltanto con tutte le differenze di valori, che hanno creato perenni conflitti su temi sensibili come quelli etici e dei diritti, ma anche con il peso delle differenze organizzative e di radicamento sul territorio. Mentre i resti del Pci entravano nel nuovo partito con parte consistente della precedente struttura organizzativa ancora in vita, ciò non si verificava per gli ex Dc-popolari. Già questo fattore determinava differenze significative che andavano ad aggiungersi a quelle sui valori e contribuivano, insieme a rivalità storiche e orientamenti correntizi presenti sia nell’ex Pci sia nei popolari, a determinare gli aspetti futuri del partito: una divisione in frazioni che ha sempre prevalso sugli orientamenti unitari. Con la conseguenza che la somma algebrica della fusione è risultata inferiore alla somma aritmetica dei conferimenti. Ciò contribuisce anche a spiegare perché gli unici due successi del centrosinistra nella storia della cosiddetta Seconda Repubblica siano venuti da quelle operazioni di “federazione” che hanno condotto ai due governi Prodi.

In tal modo caratterizzato, il Pd ha assunto una peculiarità che ne ha determinato il collasso: la debolezza strutturale e la perenne mancanza di legittimazione interna della leadership. Non che ciò non fosse chiaro agli esponenti del partito, anche se, con tutta probabilità, confusamente chiaro. Ma le risposte sono state del tutto inadeguate.

Per sopperire a questa carenza di legittimazione della leadership si è fatto ricorso allo strumento delle primarie; ma tanto più il ricorso alle primarie era frequente, tanto più indeboliva la leadership stessa, invece che rafforzarla. Addirittura si è messo in piedi un mostro mai visto sotto il profilo dell’organizzazione di un partito: un segretario che per potersi candidare al ruolo di premier ha dovuto sottoporsi al confronto con uno sfidante, ibridando sistemi parlamentari europei di premiership tipici delle democrazie con partiti di massa, e regimi presidenziali come negli Stati Uniti, dove le primarie si fanno soltanto per individuare il candidato presidente in assenza di una leadership di partito.

La necessità di un perenne ricorso a conferme di legittimità della premiership nel partito ne ha determinato una elefantiasi burocratica e un’incapacità di attrarre voti da un elettorato che non fosse già la propria platea di seguaci. Basta soltanto ricordare due casi recenti. Il primo risale al novembre 2011, quando, con la caduta del governo Berlusconi, il Pd optò, “per il bene dell’Italia”, secondo lo slogan allora lanciato, per il governo tecnico presieduto da Monti, fortemente sponsorizzato dal presidente della Repubblica. In quella fase il Pd avrebbe sicuramente vinto le elezioni anticipate: il Movimento 5 Stelle non aveva ancora forza sufficiente, il Pdl era in forte calo, il centro di Monti non si era ancora costituito. Ma il Pd non era pronto: non aveva un candidato premier (sic!) perché il suo segretario non era legittimato, occorreva fare le primarie, era necessario del tempo per organizzare la macchina. Era, ed è sempre stato, un pachiderma burocratico, incapace di adattarsi ai tempi rapidi della politica, che talvolta richiede decisioni veloci.

Dopo un anno e mezzo, alle elezioni del febbraio 2013, il Pd registra una mezza vittoria, frutto di situazioni degli schieramenti profondamente cambiate, di una crescita esponenziale del M5S, della formazione del centro di Monti e del recupero di Berlusconi. Ma frutto anche, se non soprattutto, di una sciagurata campagna elettorale, rivolta solo ed esclusivamente al “popolo delle primarie”. Conseguenza questa, ancora una volta, della debolezza strutturale della leadership, della necessità di tenere insieme un partito caratterizzato da potenti forze centrifughe, dal perenne bisogno di volgere lo sguardo al proprio interno ogni volta che si tentava di parlare al Paese. L’implosione non poteva tardare, ed è avvenuta, anche simbolicamente, con la bruciatura delle due candidature di Marini e Prodi, segnalando così la fine delle due strategie che hanno caratterizzato il centrosinistra nell’era di Berlusconi: quella delle larghe intese e quella del moderno bipolarismo.

Alla sinistra non resta che riflettere su come ricostruire un progetto. Ma sarà necessaria non meno di una lunga marcia.

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Comments
Raimondo Catanzaro, 30-04-2013, 11:32
 Concordo sul fatto che il nostro sistema politico ha bisogno di una destra e di una sinistra (e meno del centro). Condizione necessaria, ma non sufficiente è che destra e sinistra si rinnovino. Occorre che vi siano delle riforme del quadro istituzionale politico/elettorale che favoriscano questo bipolarismo e questo rinnovamento. Ma tale quadro deve essere promosso dagli attuali schieramenti politici........ ed è questa ovviamente la principale difficoltà, il che non esenta destra e sinistra dal promuovere il rinnovamento, anzi dovrebbero farlo in maniera più convinta.
Francesco Tedeschi, 25-04-2013, 10:13
Gli spunti di riflessione sono molteplici, e la discussione, o più correttamente, l'analisi politica, fermo restando le diverse ipotesi che si possono esporre, converge verso un unico punto: l'urgenza di trovare una soluzione. La conclusione, eccessivamente sintetica per necessità, non è cosi ovvia, perché i problemi di oggi altro non sono che gli stessi problemi di 20 anni fa; sono cambiati i soggetti ma la crisi è la stessa, mutata nelle circostanze, adattate al presente, ma invariata nella sostanza. Per quanto riguarda il PD, a mio parere, sconta il fatto di essere nato dall'unione di due debolezze, che si sono rivelate incapaci di parlare al loro elettorato, chiedendo il loro consenso, senza ascoltarne le istanze. E' mancato e continua a mancare il coraggio, e l'uscita di scena di Bersani ne è stato il triste l'epilogo, espressione conclusiva di un disagio silenzioso e oscuro, emerso in molteplici occasioni, a livello locale. Quale soluzioni? Il successo delle elezioni in Friuli, e il documento di Fabrizio Barca, possono essere (se convintamente voluti) due punti di partenza, ma non vedo un futuro per un PD "duale" cosi come è attualmente configurato. L'ipotesi di una scissione, tanto evocata, quanto esorcizzata, non sarebbe cosi catastrofica, perché metterebbe fine alla babele di contraddizioni che hanno segnato il cammino fin qui percorso, aprendo la strada ad un soggetto politicamente nuovo, di sinistra. Il nostro sistema politico ha bisogno di una destra e di una sinistra (meno del centro, ma questa è una mia opinione); in attesa che la destra si rinnovi, che incominci la sinistra... 
Raimondo Catanzaro, 23-04-2013, 11:52
Grazie a Joseph LaPalombara per le sue osservazioni che sostanzialmente condivido, tranne che per la previsione riguardante l'implosione del Pd anche se avesse vinto le elezioni e fosse andato al governo.

Joseph LaPalombara, 22-04-2013, 21:21
Raimondo Catanzaro's basically correct description as to what led to the PD's recent debacle invites a couple of remarks. First, the basic problem is that the PD was a monstrous creation ab initio. Even without the PCI's old extreme left, and without the die-hard Christian Democrats who opted to form the UDC, those who created the PD would hardly be inclined to accept common leaders which both sides would readily support.
This became obvious as soon as it became apparent, for example, that PD heads of government were actually undermined or torpedoed from inside the party itself. Because the DNA of it constituent groups were incompatible, this would become dramatically manifest whenever the PD might come to power.
Second, it was a huge mistake for the PD to introduce something called "primaries," and to pretend that the model for the Italian form it took were electoral arrangements in the United States. Primary elections in the U.S. are not political party instruments. Rather, they are official elections, authorized under the constitutions or laws of only some and not all of the fifty individual states. This is true of all primaries, whether for state of for national office.
The "presidential primary" is only one form of the primary. Like other primaries, it is not universal, but exists only among those of the fifty states were it has been formally adopted.
Given that the U.S. does not have national political parties in the European sense, there is no connection whatever between the primary elections and the selection of political party leaders, as opposed, in some states, to candidates for public office, local, state or national.
American experience has long since established that the primary is, at best, an uncertain way of correcting an earlier system of choosing candidates for public office - a system dominated by so-called "back-room-politics played out in smoke-filled rooms" by a small minority of politicians.
In practice, a relative handful of voters participate in the primaries. It is not obvious that the primary system has actually improved either political participation of the quality of candidates named to runs for office. There are many in the U.S. who argue that, because of the essentially uncontrolled use of money in elections, the primary has actually made things worse, not better.
In any case, viewed from the American side of the Atlantic, the so-called primaries held by the PD appear to be entirely alien.  Indeed, because they are organized and run within political parties, without any official oversight from the state. they appear to be just another instrument in the hands of party factions and leaders who use the primary as a weapon.
In these circumstances, the implosion mentioned by Catanzaro appears to have been inevitable. It would probably have occurred (again!) even had the PD won in February and succeeded to form a coalition government.  even had the PD actually prevailed in the February elections. Given the internal incompatibilities that the PD has carried from its birth, the party itself was entirely capable of committing political suicide, without any help from the outside.
umberto cutaia, 22-04-2013, 14:55
 L'analisi dà una lettura che riguarda il passato anche recente e come prospettiva prevede un'improbabile "lunga marcia". 
Il Pd cioè, o forse i  vari " cocci" del Pd, rimangono, come dire, allo bando e intanto però gli iscritti e i simpatizzanti e gli elettori del Pd nell'attesa (!)  si interrogano su altre proposte politiche incarnate da altri uomini politici magari non di sinistra!
Un tale futuro preconizzato per il Pd secondo me è assai improbabile e non augurabile.
Più probabilmente, da quelle ceneri, se ceneri saranno, sorgeranno almeno due partiti; la sinistra diventerà un coacervo di tanti "capetti" e la storia della "sinistra unita" assomiglierà all'araba fenice!
Requiem.