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A prova di vergogna
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  • Culture

Si sa, Israele è un Paese dove gli opposti si confrontano senza mai toccarsi. Dove alla religiosa e compita Gerusalemme si contrappone la gaia ed esuberante Tel Aviv. Dove tutto si tiene ma qualcosa ancora mancava. E l’editore di “Playboy" deve avere pensato che ci fosse lo spazio giusto.

Il mezzo secolo di esistenza della rivista è poco, se misurato sulle ampie dimensioni temporali dell’Israele biblico, ma è senz’altro l’età giusta per i potenziali fruitori di questa carta patinata. La miscela di glamour, softcore, ammiccamenti e articoli più o meno impegnati è quindi ora riproposta anche in ebraico. Da qualche settimana le edicole hanno iniziato a vendere, alcune in tranquilla evidenza, altre con un pudore al limite dell’autocensura, la gloriosa testata. Sopra e sottobanco. In copertina, il primo numero riporta la mirabile silhouette della modella Natalie Dadon, reginetta di bellezza nazionale, icona raffigurata causticamente di schiena. I testi, che si alternano alla tanta pubblicità – il vero cuore delle centoventidue pagine – ricalcano il modulo collaudato. Sono infatti la raffigurazione, ancora una volta, di uno stile di vita americano, oggi globalizzato, che da sempre è il baricentro del discorso culturale e antropologico di “Playboy”. Una miscela tra consumo, possibilmente “di classe”, discorsi impegnati ma non troppo, riflessioni sul destino del mondo senza preoccuparsi troppo della destinazione del lettore, quasi sempre, per come lo si immagina, in movimento per business. Inevitabile, quindi, la prece per Steve Jobs, icona dei tempi correnti, così come il servizio sullo sportivo di talento.

Il tutto funzionerà in un Paese come Israele? La domanda non è peregrina. La direzione del giornale, a partire da Neta Yakubovic Keidar che ne è la leader, qualche problema se l’è pur fatto. Ha quindi riflettuto a lungo sulle possibili ricadute di un’operazione commerciale di questo genere, poiché il rischio di offendere sensibilità consolidate, infatti, è forte. Dopo di che, ribaltando i termini della questione, l’editore Daniel Pomerantz ha pensato che ciò che può sembrare un vincolo è, invece, una grossa opportunità. Il conflitto tra laici e ortodossi apre spazi rilevanti per la comunicazione: offrire “Playboy” come rivista in accordo con i valori sionisti di base d’Israele (la prima intervista è stata fatta ad Avi Dichter, già capo del controspionaggio), calcando la mano su quel mix tra loisir e impegno, può essere la chiave per conquistare lettori, e soprattutto acquirenti, nel nome della “libertà di espressione, di scelta e di stampa” (così l’immarcescibile fondatore dell’impero dei sogni Hugh Hefner).

Che in Israele l’American way of life sia diffuso tra molti abitanti, e con esso il suo sistema di valori, invero un po’ retrò, è indubbio. Che tale spirito si scontri con il tradizionalismo delle osservanze ultra-ortodosse, è altrettanto chiaro. Ma il mercato sembra esserci, soprattutto se si sfodera poi la carta, da almeno venticinque anni vincente, della letteratura israeliana, che ha fatto strage di menti, di cuori (e di portafogli) in tutto quella parte del mondo che un tempo si sarebbe detta “libera” e che oggi corrisponde a un’area geoculturale che chiamiamo, con non meno incertezza, “Occidente”.

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