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Mosca, 15/3/2013
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  • lettere internazionali

Alta tensione a colpi di legge. La Jakson-Vanik Repeal and Sergei Magnitsky Rule of Law Accountability Act of 2012, nota semplicemente come Magnitsky Act, è stata approvata dal Congresso statunitense nel dicembre 2012. Nel titolo richiama un emendamento del 1974 proposto dagli allora senatori Henry Jackson e Charles Vanik, per il quale Washington non avrebbe concesso lo status di “nazione più favorita” a quegli Stati dai quali non fosse stato possibile espatriare liberamente. La norma allora era diretta contro l’Unione Sovietica, che aveva chiuso le frontiere dopo una moderata apertura nel 1973 in favore degli ebrei che volevano raggiungere Israele, e provocò un rallentamento nelle trattative per la firma del secondo accordo Salt.

Oggi la nuova legge vieta ai funzionari statali russi sospettati o accusati di violazione dei diritti umani e civili di entrare negli Usa e blocca i loro conti bancari. Prende spunto dalla sorte dell’avvocato Sergei Magnitsky, arrestato a Mosca nel 2008 mentre indagava su alcuni casi di presunta corruzione riguardanti importanti società e morto in carcere nel 2009 in attesa del processo per cause mai accertate.

Il ministero degli Esteri russo ha definito la legge un “atto da teatro dell’assurdo”, mentre il presidente Putin ha sottolineato che avrebbe avvelenato le relazioni tra i due Paesi. Al di là delle dichiarazioni, però, la vera risposta è stata la promulgazione da parte della Duma di Stato di una norma che impedisce alle famiglie statunitensi l’adozione di bambini russi. La legge è stata dedicata a Dmitrij Jakovlev, un ragazzo russo morto nel 2008 per un attacco di cuore dopo essere stato adottato proprio negli Stati Uniti. 

Si tratta certamente di una svolta nelle relazioni tra i due Paesi. In realtà una riedizione della Guerra fredda, seppur solo economica, appare anacronistica, vista la crescita sulla scena mondiale di potenze come Cina, Brasile o India. Non si può negare, tuttavia, che ancora una volta si confrontano due modi di intendere il rapporto tra Stato e diritto di cittadinanza. Da una parte troviamo un Paese che si considera il più libero e democratico del pianeta, dall’altra la Russia che, mentre tenta di occupare un posto di rilievo nel mondo multipolare, sta anche chiudendo spazi di dialogo nel tentativo di arrestare la richiesta di democrazia da parte di fasce popolari progressiste, aliene ai richiami nazionalistici grande-russi dell’amministrazione putiniana. 

Alexander D’Jamoos, un ventunenne russo nato con gravi deformazioni agli arti e per questo abbandonato dai suoi genitori naturali, dopo la promulgazione della legge “Dmitrij Jakovlev” ha scritto una lettera aperta a Putin nella quale afferma di ritenersi fortunato per essere stato adottato negli Stati Uniti. Nella missiva ricorda le pessime condizioni in cui si trovano molti orfanotrofi in Russia e denuncia che le malformazioni fisiche non sono ancora accettate nel suo ex Paese e costituiscono fonte di emarginazione sociale. Il giovane fa inoltre presente che su 60.000 adozioni negli Usa dalla Russia, i casi di morte accertati negli ultimi venti anni sono stati solo 19. 

Non limitandosi all’aspetto propagandistico della vicenda (aspetto presente da entrambe le parti), ma cercando di leggere tra le righe, si può intepretare l’iniziativa americana come un tentativo di contrastare l’ascesa russa mentre la grave crisi del capitalismo occidentale è ancora lontana da una soluzione. Mosca è entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio solo nell’estate del 2012 e il passo del Congresso giunge in un momento in cui la macchina russa nel Wto non lavora ancora a pieno regime.

La risposta di Mosca può apparire sproporzionata e asimmetrica, perché colpisce decine di migliaia di famiglie e di bambini e viola, semmai, il diritto di questi ultimi ad avere una famiglia. Ma si deve anche sottolineare che organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani da anni denunciano l’abbandono di migliaia di bambini russi e bielorussi da parte dei genitori adottivi, negli Usa come in altri Paesi – tra cui l’Italia –, sospettando che molti di questi siano divenuti vittime del commercio illegale di organi.

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