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Sofia, 13/3/2013
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Il nucleare: alcune note tra democrazia e geopolitica. Il 27 gennaio scorso, in Bulgaria, si è svolto il referendum sul nucleare. Solo il 21% degli aventi diritto al voto ha risposto al quesito: “La Bulgaria dovrebbe sviluppare la propria energia nucleare costruendo una nuova centrale nucleare?”. Il quorum non è stato raggiunto: avrebbero dovuto recarsi alle urne circa 4 milioni di persone, ovvero lo stesso numero di votanti registrati alle ultime elezioni; invece, ai seggi sono andati in poco più di un milione. Il 61% dei votanti, comunque, ha risposto positivamente al quesito. Magra consolazione per i promotori referendari, tra i quali il Partito socialista (Bsp) e i nazionalisti di Ataka. La posizione governativa, inizialmente a favore della costruzione di una nuova centrale, a circa tre settimane dal voto si era orientata verso il “no”. La bassa affluenza alle urne ha permesso all’ex capo del governo Borisov (leader di Gerb) di minimizzare l’accaduto e di rimandare tutto alle prossime interrogazioni parlamentari. Soddisfazione invece per Meglena Kuneva, commissaria europea per i consumatori, che aveva chiesto di non andare a votare.

Fino a qui sembrerebbe tutto normale. Ma per comprendere meglio il contesto del referendum facciamo un passo indietro, fino al 1987, anno in cui la Bulgaria comunista pose la prima pietra del Progetto Belene. In Bulgaria esiste la centrale nucleare di Kozloduj, sul Danubio, che soddisfa circa il 50% del fabbisogno nazionale di energia elettrica e garantisce anche l’esportazione. Ancora in epoca Živkov si era pensato alla costruzione di una nuova centrale nei pressi della cittadina di Belene (sita sulla riva destra del Danubio, nella regione di Pleven), vicino alla quale l’isola di Belene ha accolto migliaia di dissidenti politici del regime comunista. Il progetto venne poi bloccato nel 1990 con la caduta del regime e riesumato nel 2008 dal governo socialista, grazie anche all’interessamento della società tedesca Rwe, che poco dopo decise di ritirarsi a causa del mancato raggiungimento dei piani di sviluppo. Nel frattempo, nel 2007 la Bulgaria è entrata nell’Unione europea, grazie anche alla chiusura di due dei quattro reattori della centrale di Kozloduj, ritenuta da Bruxelles vetusta e rischiosa. Nel marzo 2012 il primo ministro Borisov bloccò infine l’ormai trentennale Progetto Belene che avrebbe dovuto garantire migliaia di posti di lavoro e che invece ha solo deturpato il territorio.

Si giunge così a una posizione di stallo e alla richiesta di risarcimento di un miliardo di euro da parte della società russa Atomstroyesport, alla quale la precedente legislatura socialista aveva affidato il progetto. Non si può nascondere l’andamento altalenante del governo Borisov, che tra le altre cose ha ottenuto di modificare il quesito referendario originariamente formulato così: “La Bulgaria dovrebbe sviluppare la propria energia nucleare costruendo una centrale nucleare nel sito di Belene?”. L’ex primo ministro ha anche sollevato il problema dei costi, che da 5,1 miliardi di euro (stimati dai socialisti) e da 6,3 miliardi (stimati dai russi) sarebbero lievitati fino a 11 miliardi di euro.

Al di là di tutte le cifre elencabili e di tutti di dati registrabili, sono due gli aspetti che emergono tra le righe delle dichiarazioni politiche ed economiche. Il primo riguarda l’esercizio della democrazia: se si guarda bene, la decisione di legare il quorum degli elettori a quanti sono andati a votare per le precedenti elezioni (il 60,2%) invece di stabilire la maggioranza del 50% ha avuto poco senso e probabilmente ha anche scoraggiato l’elettorato a recarsi alle urne. C’è chi dice che il referendum sia stata una messa in scena per mascherare certi flussi finanziari provenienti da Mosca: proprio a proposito di Mosca, il sito internet della Deutsche Welle il 25 gennaio scorso sottolineava che la questione del nucleare in Bulgaria si lega strettamente alla forte dipendenza del Paese dalla Russia. Oltre alla dichiarata pericolosità del nucleare si aggiunge l’elevato rischio sismico al quale la zona individuata per il Progetto è soggetta. Infine, i costi per la costruzione della centrale sarebbero talmente elevati che, secondo Bulat Nigmatulin – ex ministro russo ed esperto di nucleare –, il prezzo di vendita dell’energia potrebbe arrivare a 14 centesimi di euro per Kw/h, quasi il doppio di quanto al momento pagano i bulgari per acquistare energia.

Il secondo aspetto, poi, riguarda incertezza politica, interessi finanziari e ragioni storiche e sociali: tutte questioni che confluiscono nel tema del nucleare. A proposito di ragioni storiche (e sociali) una cosa è certa. La frattura tra città (inclini a votare a destra) e campagna (orientata a sinistra) è ancora forte: a Sofia i “no” sono stati il 50,2%, mentre nei piccoli centri e villaggi il “sì” ha ottenuto il 67%.

Il nucleare e tutta la questione energetica in Bulgaria restituiscono un’emergenza fattuale sistemico-dinamica: il Paese non sembra infatti aver ancora trovato l’attrattore giusto al quale ancorare la sua singolarità politico-sociale. E se il progetto Belene è ancora in sospeso, anche il Paese è in standby. Dopo le dimissioni del governo Borisov del 20 febbraio, in seguito a manifestazioni di piazza contro il caro-elettricità, la popolazione si è sentita abbandonata. La decisione del premier potrebbe anche dare la possibilità al suo partito di riorganizzarsi per le prossime sfide. Ma forse siamo di fronte a una biforcazione che potrebbe dare vita a una rinnovata coscienza civica e politica in vista delle imminenti elezioni previste per luglio.

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