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Elezioni politiche 2013
«Sono loro che li hanno persi»
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Le hanno chiesto se il M5s abbia tolto voti al Pd. Ha risposto: «non abbiamo tolto voti a nessuno, sono loro che li hanno persi». Così Marta Grande, che con i suoi venticinque anni potrebbe essere la più giovane parlamentare della nuova legislatura. Forse possiamo partire dalla battuta della “cittadina” Grande per fare qualche riflessione sul risultato elettorale. Attendiamo ancora un’analisi dei flussi, ma l’ipotesi che una parte dei voti che sono venuti a mancare al Pd nelle ultime settimane siano finiti al movimento di Grillo non mi pare implausibile. Soprattutto se stiamo parlando di voti che vengono da quella fascia dell’elettorato che in comune con Marta Grande ha l’età e le esperienze, che sono quelle di una studentessa universitaria. A questi interlocutori il Pd di Bersani non è riuscito a parlare in modo convincente. Forse non tanto per i contenuti della sua proposta, che in alcuni casi (vedi l’attenzione all’ambiente, allo sviluppo sostenibile, alla scuola pubblica, alla ricerca, alla riqualificazione dei servizi e alla riforma della politica) non era troppo distante da quella del M5s, ma piuttosto per via del modo in cui questi temi sono stati presentati. A torto o a ragione, i giovani militanti del movimento di Grillo sono convinti è possibile che un altro modo di vivere, che la democrazia può tornare ad appassionare i cittadini. Lo stile di comunicazione bonario e un po’ sornione di Bersani – comprensibilmente – non ha incontrato questo sentimento.

Qualcuno in queste ore dice che Matteo Renzi avrebbe fatto meglio. Può darsi, se non altro perché il sindaco di Firenze sembra più abile di Bersani nella conversazione sincopata, che è diventata la cifra della comunicazione politica odierna, soprattutto nel nostro Paese. Bersani non è tipo da Twitter. Anche se si sforza di parlare semplice, si vede che ha in mente anche un interlocutore sofisticato, che ha il senso della complessità dei problemi del governo. In questo senso il suo mondo è quello della cultura politica novecentesca, che i “soundbites” li subisce ma non li ama. Questa caratteristica comporta però un prezzo da pagare. Renzi avrebbe fatto scelte diverse. Ma rimane il dubbio sulla capacità del sindaco di Firenze di portarsi dietro quella – comunque consistente – percentuale di elettori che il Pd l’ha votato. Magari senza entusiasmo e con poche illusioni, ma presumibilmente nella convinzione che questo partito rappresentasse la migliore offerta sulla piazza. Ciò non vuol dire che Renzi non abbia un futuro. Al contrario. Renzi si è battuto bene nelle primarie, ha perso benissimo, e ha ottime possibilità di avere un ruolo nel prossimo futuro, in un partito che verosimilmente andrà incontro a un ulteriore rinnovamento della classe dirigente. Sotto questo profilo, non bisogna dimenticare che anche il Pd porterà in Parlamento alcune persone che appartengono alla generazione di Marta Grande. Che potrebbero trovare il modo di fare ciò che a Bersani non è riuscito, ovvero coniugare la prospettiva politica generale di un grande partito di sinistra riformista con le istanze dell’attivismo civico espresse dal M5s.

Anche perché il risultato elettorale mi pare suggerisca un’altra considerazione. Non c’è una sinistra oltre il Pd. La sinistra “radicale” ha avuto risultati modesti, e avrà in Parlamento una rappresentanza del tutto sproporzionata rispetto alla visibilità che il suo leader, Nichi Vendola, ha avuto nel corso della campagna elettorale. Questo dato mi porta a pensare che la questione dell’equità nella distribuzione degli oneri e dei vantaggi della cooperazione sociale, in altre parole la questione della giustizia distributiva, trovi nel Pd l’unico partito in grado di fornire una risposta accettabile per chi crede ancora nell’eguaglianza come presupposto morale della partecipazione politica. Certo, nel corso di questa campagna elettorale il Pd non è apparso incisivo e convincente a questo proposito, oscillando tra le ansie contrapposte di non dispiacere troppo ai moderati e di non alienarsi le simpatie dei radicali. La scoperta che non c’è quasi nulla alla sua sinistra potrebbe dare a Bersani (e soprattutto ai dirigenti più giovani del partito) il coraggio di osare.

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