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Tirana, 11/12/2012
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  • lettere internazionali

Sotto le ali dell'aquila bicipite. L’Albania compie quest’anno cento anni o, meglio, il tormentato percorso dello Stato albanese indipendente ha raggiunto tale traguardo il 28 novembre. Va detto che l’indipendenza del 1912 è stata inizialmente fragile ed effimera. Poi, dopo la conclusione del primo conflitto mondiale, sono maturate le condizioni per un più concreto processo di costruzione statale. Ne è stato artefice Ahmet Zogu, re Zog, che fra il 1928 e il 1939 ha imposto dall’alto e con metodi autoritari una prima e necessaria modernizzazione. Alla fine dello scorso novembre, mentre tutto il Paese si preparava a celebrare il giubileo della patria, per volere della maggioranza di centrodestra al potere è stato proprio Zog a irrompere nuovamente sulla scena nazionale. Le spoglie mortali del primo e unico re dell’Albania contemporanea sono infatti “tornate a casa” sabato 17 novembre (precedute, già nel 2002, dal ritorno dei discendenti del sovrano, il figlio Leka I e il giovane nipote, Leka II). Dopo l’occupazione italiana nel 1939, Zog ha passato il resto della sua vita in esilio, morendo nel 1961 in Francia dove, fino a poche settimane fa, era sepolto.

Non si è trattato di un rientro silenzioso. Tutto il sistema dell’informazione ha dato amplissimo risalto all’evento. La presenza delle massime autorità politiche ad accogliere il feretro all’aeroporto di Tirana è stata significativa: il presidente della Repubblica, Bujar Nishani, la presidente del Kosovo, Ahtifete Jahjaga, e soprattutto il primo ministro, Sali Berisha, che nel suo discorso ufficiale ha parlato del fondamentale contributo del monarca alla costruzione dell’Albania moderna. L’evento assume ancor più significato se si pensa che il giorno stabilito per la cerimonia non è un giorno qualsiasi ma un’altra data simbolo della storia albanese: è il 17 novembre, giorno della liberazione di Tirana nel 1944. I partiti dell’opposizione di centrosinistra hanno però disertato la cerimonia in onore dell’ex re. Come in molti Paesi, anche in Albania manca ancora una lettura del passato condivisa. Zog era e rimane una figura decisiva ma pur sempre controversa.

Arrivo a Tirana nel pomeriggio, la cerimonia si è da poco conclusa. Nel tragitto dall’aeroporto alla città, noto un’enorme aquila nera bicipite che sta per essere piantata al centro di una rotatoria stradale. Con l’ausilio di una grande gru, alcuni operai cercano di ultimare velocemente il lavoro. È l’aquila di Skanderbeg, l’eroe nazionale albanese e capo della resistenza agli ottomani nel XV secolo. È l’aquila che campeggia sulla bandiera nazionale, rossa. Quella stessa bandiera, secondo la tradizione, fu issata il 28 novembre 1912 a Valona dal governo provvisorio guidato da Ismail Qemali. Tutta la capitale è stata addobbata a festa per l’occasione: bandiere e aquile sono dappertutto. Sono anche il gadget più venduto nei negozi e nei banchetti improvvisati lungo le strade del centro della città. Il nero e il rosso dello stemma nazionale tingono le strade e i principali edifici della capitale.

Oltre le appartenenze locali, le diverse letture del passato e le opposte posizioni politiche, l’aquila di Skanderbeg è dunque simbolo di unità, di cui gli albanesi probabilmente hanno ancora bisogno. Più che le varie figure della loro storia novecentesca, allora, è quel simbolo a rappresentarli meglio e ad accomunarli. Esso rappresenta l’intera nazione albanese, all’interno del Paese, nei Balcani e nel mondo.

Mi reco in macchina verso la sala conferenze del palazzo dei congressi. Si sta svolgendo un’affollata edizione della Fiera del libro. Fra le numerose iniziative in programma si discute anche del contributo all’indipendenza del Paese da parte dell’Italia e, in particolare, delle comunità arbëreshe. Si tratta dei discendenti dei nuclei di popolazione albanese che, dopo la conquista ottomana dei Balcani, trovarono rifugio e accoglienza nel Sud della nostra penisola tra il XV e il XVIII secolo. Fra Ottocento e Novecento gli arbëreshe hanno dato un contributo rilevante sul piano culturale e, poi, anche su quello politico, al processo di costruzione nazionale e statale della madrepatria d’origine. L’antica Arbëria ha reso così omaggio all’Albania di ieri e di oggi, un Paese che arriva diviso all’importante traguardo del centenario ma forte del suo pluralismo culturale, religioso e del suo modello di tolleranza e di convivenza pacifica che ha sempre contraddistinto, sotto le ali protettive dell’aquila bicipite, la sua storia.

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Comments
Nicola Pedrazzi, 17-12-2012, 11:16
Molti cittadini albanesi si chiedono quanto dell’indipendenza proclamata dai patrioti del 1912 sia effettivamente stata conquistata. Al di là delle occupazioni italiane durante le guerre mondiali, i quarant’anni di brutale dittatura comunista e la difficile transizione democratica accompagnata dalla frenetica conversione capitalistica degli anni Novanta interrogano giustamente gli albanesi d’Albania circa il loro effettivo grado di indipendenza. Non è un caso che molti cittadini della capitale abbiano criticato come spreco lo sfarzo (al limite del kitsch) dei festeggiamenti per il centenario: “Dopo cento anni non siamo ancora liberi. Non c’è proprio alcuna indipendenza da festeggiare, tutta questa messa in scena serve solo per la campagna elettorale…” ha tuonato così un tassista, infastidito dal mio facile entusiasmo di turista per quel rosso sventolare, mentre percorrevamo a passo d’uomo l’addobbatissimo corso principale che da Nene Teresa porta a Piazza Skanderbeg.
Qualunque sia il giudizio sul centenario appena celebrato, ad ogni festa segue il ritorno alla realtà. Lo scorso 11 dicembre si è riunito a Bruxelles il Consiglio Affari Generali, allo scopo di definire la strategia generale per l’allargamento. Tra i vari temi sul tavolo, i ministri degli esteri dei 27 Stati membri erano chiamati a prendere in considerazione la proposta, avanzata dalla Commissione il 10 ottobre scorso, circa la concessione all’Albania dello status di paese candidato. Stando alle conclusioni del Consiglio, l’Albania deve ancora migliorare sotto il profilo della corruzione, dell’indipendenza della magistratura, della lotta al crimine e alle discriminazioni. Le prossime elezioni politiche saranno ovviamente un test importantissimo per rilanciare le giovani istituzioni democratiche del paese e dimostrare all’Europa i progressi compiuti. Se l’Albania riuscisse a incamminarsi in questa direzione, l’indipendenza per cui Scanderbeg diede la vita potrebbe essere conquistata, questa volta senza spargimenti di sangue, proprio in seno a quell’Europa senza frontiere che noi, fortunatamente dal lato giusto della cortina, abbiamo contribuito a costruire. Come europei italiani, non possiamo che sperare che questo sia il destino dei nostri amici albanesi.