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Il paradosso della fotografia

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  • Culture

Il 21 novembre scorso, a Gaza City, un giornalista della Cnn, Anderson Cooper, fotografa lo scempio di un uomo trascinato a terra da un gruppo di motociclette. La sua colpa è quella di essere ritenuto una spia di Israele. È accusato di aver usato un apparecchio tecnologico di ripresa fotografica per rivelare le posizioni militari di Hamas. Altri scatti fanno il giro del mondo 2.0.: sono del fotografo della Reuters Yasser Gdeeh. Le sue immagini immortalano, racchiuse nel silenzio assordante proprio della fotografia, quello che deve essere stato un tripudio di grida, spari, rumori violenti. Poi foto di uomini accusati di essere dei “collaborazionisti” di Israele uccisi e calpestati a terra. Lo scatto Reuters registra i tanti che attorno alla scena drammatica stanno fotografando con il videofonino.

La striscia di Gaza è una lingua di terra rivendicata da due popoli che, paradossalmente, hanno in comune la condizione stessa della possibilità di dialogo: il codice della lingua. L’arabo e l’ebraico sono entrambe lingue semitiche, dunque israeliani e palestinesi sono uniti nelle radici dall’elemento base della civiltà ma sono divisi nella storia da un odio cieco e brutale. Il paradosso di Gaza è anche il paradosso della fotografia. È il paradosso di chi serve ogni padrone. Di chi è disponibile a essere piegato a ogni utilizzo e scopo. Basta solo decidere da che parte stare o da dove guardare, con quali occhi, da quale punto di vista e con quali idee in testa.

La fotografia è tuttora uno strumento fondamentale del giornalismo sul web, su Twitter, sulla carta stampata. Ci racconta l’ennesima recrudescenza della guerra israelo-palestinese, ci informa sugli avvenimenti cruciali, ci mostra autobus sventrati, auto in fiamme, sassaiole, razzi nel cielo e cadaveri. La fotografia è ancora, nell’epoca di chi ha detto che la fotografia è morta perché col digitale non si può credere più a nulla, qualcosa che fa così paura che si muore per lei. Come ha imparato la presunta spia di Gaza. La fotografia è l’istinto primordiale e insopprimibile al voyeurismo collettivo. È il brivido narcisistico che ci fa sentire tutti fotoreporter e ci fa accodare al rito collettivo dello scatto dell’evento, quando anche raccapricciante, per farcene sentire partecipi. Come la folla crudele attorno ai corpi riversi di Gaza, decine di pollici che catturano l’orrore.

Qualche anno fa, in un’altra guerra, alcuni soldati americani cedettero alla violenza della fotografia nel carcere iracheno di Abu Ghraib. La fotografia fu causa ed effetto, prova emblematica dei percorsi paradossali e corto circuiti che essa è in grado di attivare. Tutti ricordano quelle piramidi umane di corpi nudi di prigionieri affastellati sotto gli occhi divertiti di soldati e soldatesse in mimetica statunitense. Quell’iracheno incappucciato e collegato a elettrodi come un grottesco albero di Natale, o quello inginocchiato a terra di fronte a un cane rabbioso che digrigna i denti minaccioso, a malapena trattenuto dalla catena (forse invece non tanti ricorderanno la non meno paradossale citazione che di quest’ultima foto fece il famoso fotografo di moda Steven Meisel, in un contestatissimo servizio per “Vogue” dal titolo State of Emergency).

Ma la fotografia, insopprimibile gesto di esibizionismo e autoesaltazione, ribalta il suo destino e da feticcio cinico può diventare capo d’accusa. Come nel caso del Rapporto scritto nel 2004 dal generale Antonio Taguba sulle torture commesse nel carcere iracheno. La fotografia stessa era uno strumento di tortura: il Rapporto parla di fotografie di rapporti sessuali tra soldati e prigioniere, di foto di cadaveri e foto di detenuti con catene e collari al collo che venivano fatte guardare a forza agli iracheni.

La storia fa il suo giro e la fotografia da strumento di tortura diviene dunque testimonianza di colpevolezza. È accaduto anche durante il Terzo Reich: i gerarchi nazisti amavano collezionare le fotografie prelevate dagli archivi di associazioni sportive o sindacali che, grazie alla descrizione puntigliosa dei loro iscritti, avevano permesso loro di scovare ebrei, comunisti, anarchici, zingari. Una sorta di album dei ricordi sfogliando il quale ognuno poteva vantare il numero di sovversivi mandati nei lager. A Norimberga, quelle stesse fotografie furono il certificato di condanna a morte per chi le aveva collezionate.

A Gaza City, per ora, con la tregua siglata sabato scorso, sembra finita. Cosa ci convince più di tutto a crederlo, a sperarlo? Le fotografie che arrivano dalla Striscia e dal confine con Israele. Sono diverse? Non tante, non tutte. Molte, anzi, mostrano sempre gli stessi soggetti: costruzioni diroccate, polvere, miseria, carri armati. Riguardando oggi le immagini di quella presunta spia trascinata a terra nella polvere, con gli occhi e la mente abbagliati dalla debole pace, si potrebbe quasi dimenticare tutto e accorgersi che, incredibile e paradossale, proprio lì in quella terra matrice, quell’uomo spalanca le braccia come un Cristo in croce.