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Questioni primarie 2012/10
rubrica
  • Identità italiana

Una lezione di primarie... a uso di critici e scettici. È un vero peccato che un’opinionista così raffinata come Nadia Urbinati non riesca a guardare al di là del proprio naso quando intravede con qualche anno di ritardo, in Italia, l’avvento di un’"età delle primarie". Avesse osservato più nel dettaglio quello che accadeva a livello locale/municipale, si sarebbe accorta del suo errore, e cioè di avere elevato a regola quella che è soltanto una eccezione. Secondo Urbinati, la via italiana alle primarie è stata intrapresa non tanto per "selezionare i candidati", ma, soprattutto, al fine di "tenere alta l’attenzione dei cittadini nei confronti della politica". Per farla breve, le elezioni primarie sarebbero soltanto un efficace specchietto per le allodole. Così non è, anche se a Urbinati non pare.
Dal 2004 a oggi, a livello comunale, abbiamo assistito a 508 elezioni primarie, la maggior parte delle quali (oltre il 97%) organizzate dal Pd o dai partiti di centrosinistra nel suo insieme. E la stragrande maggioranza di queste votazioni sono servite non tanto a scaldare i cuori degli elettori, bensì a scegliere, dopo una vera competizione, i candidati sindaci. Pensi un po’, cara Urbinati: si è trattato di primarie così competitive che in alcuni e noti casi il candidato del Pd (a volte, addirittura, sindaco uscente in cerca di rielezione) è stato sconfitto da un altro candidato, rappresentante di un altro partito.
Ma pensare che le primarie italiane siano una specialità tutta nostrana, un altro prodotto made in Italy da guardare con un certo accigliato sospetto (perché la partecipazione va e fa bene, ma solo se assunta a piccole dosi e, soprattutto, se serve a non decidere mai nulla…), è un altro errore di interpretazione nel quale Nadia Urbinati cade troppo facilmente. Sono certo che dalle finestre del suo studio newyorkese la studiosa italiana abbia assistito alle faraoniche primarie statunitensi, sia a quelle presidenziali che a quelle per le tante cariche pubbliche sottoposte a elezione (dai governatori, ai senatori, rappresentanti, procuratori generali, per arrivare addirittura ai provveditori agli studi). Meno probabile, invece, è che abbia avuto occasione di osservare i tanti altri casi di elezioni primarie sparse per il mondo, dal Cile al Messico, dall’Argentina a Israele, dall’Uruguay a Taiwan, dalla Colombia alla Francia, dall’Islanda al Ghana, dalla Spagna alla Germania... Essendo uno strumento estremamente camaleontico, nel corso del tempo le primarie si sono adattate a diversi contesti, culturali e istituzionali, e hanno svolto e svolgono numerose funzioni, tra cui la mobilitazione dell’elettorato, la selezione delle candidature e, last but not least, la diffusione di informazioni politiche. Prendiamo, soltanto a mo’ di esempio, i tre ultimi casi in ordine di tempo: Germania, Honduras e Francia.
Il 10 novembre scorso la Germania ha assistito al primo caso di elezioni primarie in un partito politico. I Verdi, forti della loro Basisdemokratie, hanno organizzato primarie chiuse, riservate ai soli iscritti, per scegliere i loro candidati (un uomo e una donna) alla Cancelleria. Come debutto, le primarie tedesche hanno avuto un indubbio successo: hanno partecipato 35.065 iscritti su un totale di circa 57.000 (pari al 61,7% degli aventi diritto). Uno dei vincitori, Jürgen Trintin (71% delle preferenze), già ministro e attuale presidente del partito, era prevedibile e non ha creato sorprese. Al contrario, la vincitrice femminile, Katrin Göring-Eckardt (47% delle preferenze), vice-presidente del Bundestag e presidente del sinodo della Chiesa evangelica tedesca, ha smentito ogni sondaggio riuscendo a conquistare la candidatura femminile. Prima lezione per gli italiani: attenzione ai sondaggi, ai quali sempre più spesso sfugge l’umore degli elettori più incerti e dubbiosi.
Domenica 18 novembre l’Honduras ha organizzato le sue prime elezioni primarie dal 2009, quando un colpo di Stato costrinse all’esilio l’allora presidente Manuel Zelaya. Le primarie della scorsa domenica sono viste, giustamente, da molti osservatori come uno strumento per facilitare e rafforzare il cammino honduregno verso una stabile democrazia. Le primarie erano obbligatorie per tutti quei partiti al cui interno è presente più di un movimento (in Italia, parleremmo di fazioni, correnti o clan). Alla luce di questo curioso criterio, tre erano i partiti che hanno preso parte alle primarie per la presidenza, la vicepresidenza, il congresso, i sindaci e i seggi al Parlamento centroamericano: il Partito liberale, il Partito nazionale e il (nuovo) Partito libertà e rifondazione. La partecipazione è stata ampia e significativa, e probabilmente segnerà una tappa importante nel rafforzamento della democrazia in Honduras. Seconda lezione per gli italiani: le primarie, a differenza di quanto pensano molti scrittori e intellettuali guachistes, possono essere uno strumento di consolidamento, piuttosto che di scadimento, democratico.
Da ultimo, c’è il caso francese. Domenica scorsa, i circa 300mila iscritti dell’Union pour un Mouvement Populaire (Ump) sono stati chiamati a eleggere direttamente il presidente del loro partito in quelle che "Le Monde" ha correttamente definito "pre-primaires" (quelle vere ci saranno, quasi certamente, nel 2016). Hanno votato 176.608 iscritti, ossia il 59% degli aventi diritto. Purtroppo, nonostante l’elevata mobilitazione il voto è stato rovinato dalle accuse di brogli e imbrogli che si sono scambiati i due candidati, giunti a soli 98 voti di scarto l’uno (Jean-François Copé, 50,03%) dall’altro (François Fillon, 49,97%). Da qui arriva la terza lezione per gli italiani: anche primarie chiuse, come molti dirigenti partitici sognano, se mal regolate possono favorire pasticci, manipolazioni e confusioni.
Insomma, c’è tanto da imparare dalle tante primarie sparse e diffuse in Italia e un po’ in tutto il mondo. Basterebbe avere voglia di leggere e imparare, ma – si sa – il tempo è una risorsa sempre più scarsa, anche per le pensose editorialiste di "La Repubblica"…

 

 

“Questioni Primarie” è un osservatorio sulle primarie 2012 del centrosinistra. Un progetto di Candidate & Leader Selection, realizzato anche grazie alla collaborazione con rivistailmulino.it. Ogni settimana, sino al 25 novembre, su queste pagine verranno ripresi due dei contributi pubblicati nell’ambito del progetto, tutti disponibili, anche in formato pdf, sul sito di Candidate & Leader Selection

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Comments
Nadia Urbinati, 02-12-2012, 19:00
Non avendo il suo email personale le rispondo qui: il barbarismo al quale mi riferivo contestava non il contenuto ma lo stile (la forma) del suo articolo che mostrava una dose eccessiva di sarcasmo (dal mio studio newryorkese e la mia collaborazione a Repubblica) che trovo ingiustificato. Hillary Clinton (esempio più pertinente di McCain ) era ovviamente già Senatrice, non ponevo questo problema. Che sta invece nel fatto se un perdente accetta di sottomettersi al vincitore o si fa un suo movimento. Il sistema americano rende difficilissimo che un perdente si faccia un suo partito o movimento ma da noi ciò è molto più facile (la proliferazione di partiti è una pratica consueta). Una Clinton del pd si sarebbe forse fatta un suo partito. Si tratta di vedere se questo succederà o no, benché l'una e l'altra evenienza sono più l'esito di  una scelta pensonale (il candidato perdente) che del meccanismo medesimo.
Marco Valbruzzi, 29-11-2012, 21:59

Mi fa molto piacere che Nadia Urbinati abbia trovato tempo e modo non solo di leggere, ma addirittura di commentare, il mio articoletto. Nonostante questo, però, continuo a non condividere quasi nulla di quello che sostiene. Le primarie sono un metodo per scegliere, attraverso votazione di iscritti e simpatizzanti, i candidati a cariche pubbliche elettive. Punto. E il “cucchiaino” delle primarie, per continuare ad usare la sua metafora, è tale sia nei regimi presidenziali che in quelli parlamentari. Non capisco cosa c’entri il fatto che le elezioni primarie sarebbero usate in modo improprio se il candidato sconfitto decidesse di correre per un seggio in Parlamento. Trovo l’argomento curioso e misterioso allo stesso tempo. Mi si vorrebbe far credere che, tanto per fare qualche esempio, McCain, dopo aver perso nel 2000 le primarie presidenziali contro Bush Jr., non si è poi ricandidato al Senato? O che un prestigioso senatore come Ted Kennedy, sconfitto nelle primarie per la Presidenza USA, non ha ripetutamente concorso nelle elezioni per il Congresso? Anche questo è un “uso improprio” delle primarie? Se sì, il vizietto è alquanto diffuso. Certo, il contesto parlamentare, soprattutto se accompagnato da un sistema elettorale di impianto fortemente parlamentare, rende tutto più incerto, ma il compito delle primarie (scegliere un candidato alla Presidenza del Consiglio) non cambia. A livello comunale, sempre in presenza di un assetto istituzionale (neo)parlamentare, si sono tenute numerose primarie usate in modo del tutto proprio: per selezionare il candidato sindaco. È roba da barbari far notare che si stanno prendendo lucciole per lanterne o cannucce per cucchiaini? Personalmente, non lo credo.

Non spetterebbe a me difendere i poveri titolisti di Repubblica, ma non posso non segnalare che l’espressione (che peraltro reputo corretta) “età delle primarie” non è frutto della fervida fantasia di un innocente titolista, ma si trova nell’articolo di Urbinati (dove si possono leggere altre amenità, come “le primarie del Pd”: non sono mesi che ci raccontiamo che queste sono primarie di coalizione come quelle del 2005?). Però, il punto vero della questione è che, secondo l’editorialista di Repubblica, “in Italia le primarie servono meno a selezionare il leader che dovrà governare che a tenere alta l’attenzione dei cittadini nei confronti della politica e a ridare ossigeno ai partiti”. Continuo a pensare, e dunque a scrivere, che questa sia un’affermazione semplicemente sbagliata perché, da un lato, anche le primarie italiane servono a scegliere leader, e, dall’altro, anche le primarie negli USA sono nate per ridare vitalità e trasparenza (ossigeno) a partiti che si erano rintanati in smoke-filled rooms.

Ci sarebbero poi tante altre importanti questioni che Urbinati tocca nel suo articolo, tutte meritevoli di approfondimento (rischio di deriva plebiscitaria, leaderismo strisciante, invelenimento della democrazia dell’audience ecc.), ma sono temi che andrebbero affrontati non nella versione online di una rivista di cultura e politica, ma su un journal scientifico e accademico, al quale si adatta tutto un altro tono e un altro stile.

Nadia Urbinati, 28-11-2012, 14:16
L’articolo di Marco Valbruzzi commenta un mio articolo sulle primarie pubblicato su La Repubblica recentemente. Al di là del tono quasi barbaro dell’articolo, che non si adatta al dialogo né alla discussione accademica e che è ingiustificato, vorrei far presente all'autore che:
a) il titolo del mio articolo è stato attribuito dalla redazione del giornale (come sempre succede del resto); pertanto, prendere pretesto dal titolo come se una tesi del mio articolo fosse che "questa" è "l'età delle primarie", che si trattasse delle prime nel nostro paese (e altrove), è semplicemente una strategia polemica, mezzo retorico non argomentativo;
b) ho sostenuto che il Pd ne fa un uso improprio (rispetto appunto a quello statunitense al quale il Pd si ispira) e questo è fuori di dubbio visto il nostro sistema istituzionale ed elettorale. Essendo io una sostenitrice del sistema parlamentare non propongo certo che si cambi sistema per poterlo adattare alle primarie modello americano (e non mi sembra che il Pd si sia ispirato a nessuno dei paesi dell’America Latina o di altri continenti listati nell’articolo – ai quali si potrebbero aggiungere, volendo, nomi di altri paesi e altri esempi di primarie e forme partecipative). E’ certo vero che non è necessario che le primarie seguano il modello americano. Tuttavia si genera a dir poco confusione se si sostiene che andando a votare per le primarie scegliamo il candidato Pd al premierato perché questo non è vero - non solo perché dovendo fare alleanze per governare, il ruolo del premier diventa naturalmente una merce di scambio che non dipende dai noi votanti delle primarie controllare, ma anche perché il perdente delle primarie può comunque correre per un seggio in parlamento o fare una lista sua (ovvero decidere di non andare in Africa, appunto): e se non lo fa è solo per sua scelta e volontà, ma nessun meccanismo potrebbe impedirglielo. In questo senso ho sostentuo, e sostengo, che da noi le primarie hanno un uso improprio, il che non significa ovviamente che non ne abbiano alcuno – nessuno mi impedisce di usare una cannuccia per sciogliere lo zucchero nella tazza di caffè, ma dubito che sia corretto che chiami la cannuccia cucchiaino;
c) ho detto, per tanto, che forse da noi le primarie servono ad altro, ovvero a dare vigore alla partecipazione nell’indicazione di un possibile leader (un fatto da solo ammirevole visto lo stato oligarchico e padronale dei partiti-persona che dominano la scena) e a promuovere la rinascita della politica, di cui c’é tanto bisogno. Ho sostenuto che questa è una funzione importante e molto apprezzabile, inoltre necessaria. Contrariamente a quanto mi fa dire il polemico e ingiustificatamente sarcarstico articolista, questo per me é un fine nobilissimo e per nulla uno "specchietto per le allodole".