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Washington, 8/11/2012
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L’America che cambia salva Obama. Barack Obama resterà alla Casa Bianca per un secondo mandato, ma l’America si è spostata a destra. I repubblicani guadagnano terreno rispetto al 2008, ma l’evoluzione demografica e il cambiamento culturale giocano a loro svantaggio nel medio-lungo periodo. Questo è il quadro sfaccettato che, a ventiquattr’ore dalla proclamazione della vittoria del presidente, emerge dall’analisi dei dati elettorali. Dai bastioni democratici della California e del Massachusetts alle praterie del Kansas, dal profondo Sud conservatore ai Grandi Laghi, i consensi di Obama sono calati e quelli del candidato repubblicano sono aumentati rispetto a quattro anni fa. Il presidente è riuscito a conquistare la maggioranza dei voti elettorali (303, cui potrebbero aggiungersi i 29 della Florida, non ancora assegnati), e Mitt Romney è riuscito a strappargli solo la North Carolina e l’Indiana, due Stati che i democratici avevano vinto nel 2008. Obama ha mantenuto anche la maggioranza del voto popolare (50%, contro il 48% di Romney), in calo dal 53% ottenuto nel 2008. È sceso anche il sostegno degli elettori indipendenti: nel 2008 il 52% aveva scelto Obama (contro il 44% di John McCain), mentre il 6 novembre 2012 solo il 45% di loro ha premiato il presidente in carica, a fronte del 50% che ha votato Romney.

Il vantaggio di Obama sullo sfidante repubblicano non si è assottigliato solo nelle diverse aree del Paese, ma anche all’interno dei vari segmenti dell’elettorato: come nel 2008, la “Obama coalition” ha riunito le minoranze razziali, le donne, le persone con un reddito annuo inferiore a 50 mila dollari, gli elettori al di sotto dei 45 anni, gli abitanti delle città medio-grandi, i single. L’exit poll condotto dal «New York Times», tuttavia, mette in evidenza che il consenso del presidente nelle varie anime della sua base elettorale si è ridotto, seppur di poco. Fanno eccezione gli ispanici (+4%), gli americani di origine asiatica (+11%) e le persone che percepiscono un reddito annuo compreso tra 30 mila e 50 mila dollari (+2%).

D’altra parte, la base elettorale di Romney è composta prevalentemente da maschi bianchi, evangelici, persone con più di 45 anni (e soprattutto oltre i 65), abitanti delle piccole città e delle aree rurali e cittadini che percepiscono un reddito annuo superiore ai 50 mila dollari. Romney ha inoltre raccolto il sostegno di quanti si oppongono al matrimonio tra persone dello stesso sesso e all’aborto e di coloro che spingono per politiche intransigenti verso i migranti irregolari. Si tratta tuttavia di posizioni che godono di un appoggio sempre più tiepido da parte degli elettori, e che sono dunque destinate a restare minoritarie. L’intransigenza della piattaforma repubblicana sulle politiche dell’immigrazione, in particolare, ha contributo a mobilitare l’elettorato ispanico a favore di Obama: il voto dei latinos si è dimostrato cruciale in Stati come la Florida e il Colorado. Un altro segnale di allerta per il Partito repubblicano viene dai 3 Stati nei quali gli elettori sono stati chiamati a decidere sull’estensione alle coppie lesbiche e gay del diritto al matrimonio: Maine e Maryland hanno approvato la misura, mentre lo stato di Washington non ha ancora completato i conteggi, anche se i sondaggi indicano una prevalenza dei sì. È la prima volta che il same-sex-marriage viene introdotto con un voto popolare: in passato, i referendum erano stati utilizzati dai conservatori per modificare le costituzioni statali e limitare la definizione di matrimonio all’unione eterosessuale. I sondaggi indicano inoltre una media nazionale del 50% favorevole ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, con punte di consenso tra i giovani e gli indipendenti.

Anche se Obama ha ottenuto il secondo mandato, dovrà ancora fare i conti con una Camera controllata dai repubblicani: il G.O.P. dovrebbe perdere 6 seggi a vantaggio dei democratici, ma la maggioranza conquistata nel 2010 resta solida. I candidati repubblicani hanno beneficiato del redistricting, la revisione dei collegi elettorali che le assemblee legislative statali, quasi tutte nelle loro mani, effettuano ogni dieci anni. Al Senato, al contrario, i democratici hanno confermato la loro maggioranza. Con l’ingresso di alcuni esponenti liberal, inoltre, il prossimo Senato potrebbe essere decisamente più orientato verso posizioni progressiste: questo offrirebbe al presidente un’arma contro l’ostruzionismo repubblicano sulle questioni fiscali e di bilancio e semplificare la ratifica delle nomine che dovrà effettuere, a cominciare dai nuovi giudici della Corte Suprema.

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