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Damasco, 4/9/2012
rubrica
  • lettere internazionali

Siria in autunno. Nulla sarà più come prima. Il declino della oramai affaticata «primavera araba», dopo avere infiammato un po’ tutto il bacino del Mediterraneo meridionale e le sue estreme propaggini orientali, sta ora rivelando le diverse trame che le sollevazioni nei singoli Paesi hanno disegnato. Si è lontani da una stabilizzazione definitiva e tuttavia il quadro della transizione assume adesso maggiore nitore. In alcuni Paesi, come la Tunisia, l’Egitto e la Libia, i maggiori risultati si sono misurati essenzialmente a livello locale, traducendosi in un ribaltamento, più o meno convulso e governato con maggiore o minore violenza, delle satrapie che li controllavano con pugno di ferro. Va da sé che vi siano stati dei riflessi anche in territori più lontani, come avviene negli sciami sismici. Così per quello che concerne la Libia, con la destabilizzazione del Mali, dove il venire meno della presenza degli uomini di Gheddafi sta facendo da detonatore a vecchie tensioni.

Non di meno va considerato l’effetto di lungo periodo dei tumulti egiziani in un’altra area cronicamente destabilizzata, quella del corno d’Africa. In generale, è tutta la macrozona africana comprendente abbondantemente l’area sahelo-sahariana a essere stata risucchiata dentro l’operato del globalismo jihadista. Il punto di torsione sarà quasi sicuramente dettato dal destino delle comunità cristiane, che costituiscono, loro malgrado, una fondamentale pedina del gioco. Dopodiché, si vedrà chi avrà tela da tessere. La vicenda siriana, tradottasi da subito in una guerra civile, con lo zampino di molti attori esterni, è anch’essa aperta a ulteriori sviluppi, non facilmente prevedibili. Dai suoi esiti, comunque, si capiranno diversi aspetti della configurazione del Medioriente a venire. La Siria, infatti, fin dal 1918, è stata un baricentro dell’intera area.

Rimane, comunque, la convulsione di questi mesi. Intanto è difficile dire quale sia il reale rapporto sul campo tra le forze contrapposte. L’informazione, fortemente condizionata dagli interessi di parte, è passata attraverso i filtri delle raffigurazioni di circostanza. Il numero delle vittime, calcolato intorno alle 25mila, è esso stesso incerto. L’esercito damasceno, come di prassi in questa regione, si è comportato adottando un criterio di rigido opportunismo. Fino ad oggi la famiglia Assad è riuscita a tamponare le defezioni, pur numerose, elargendo prebende, garanzie ma anche minacce. Dopodiché, il giorno in cui i rubinetti delle sovvenzioni straniere dovessero essere chiusi, si può stare certi che buona parte dei reparti passerebbe armi e bagagli dalla parte opposta. Il conflitto tra le truppe lealiste al clan Assad e le milizie ribelli ha peraltro coinvolto una parte del Paese, non tutto. Gli epicentri si sono misurati nelle città di Aleppo, di Homs, di Dera’a e in alcuni quartieri di Damasco. Particolare attenzione, per la prevedibile rilevanza politica, è stata poi data alle aree di confine. Da quelli settentrionali, con la Turchia, sono passati combattenti, armi, viveri e denari per i ribelli. Da quelli orientali, la pressione dei non pochi profughi interni ha permesso numerose infiltrazioni. Lo sbocco mediterraneo di Tartus, fondamentale per i russi, fino ad oggi non è stato toccato direttamente dalle violenze, in ciò cauterizzato preventivamente. Mosca e Pechino hanno continuato a sovvenzionare e a sostenere il cliente alauita ma non è detto che lo facciano ancora per lungo tempo. Bashar al-Assad sa comunque di avere i giorni contati poiché, anche se riuscisse a mantenere il controllo dei centri nevralgici, è consapevole di essersi alienato l’assenso della popolazione, esasperata dal prosieguo delle violenze. Dopodiché, la minoranza regionale sciita guarda con angoscia quanto sta avvenendo in Siria, temendo che sia l’inizio di un brutale regolamento di conti tra musulmani. In quest’ottica vanno quindi le manovre sottobanco, in corso in queste settimane, per stabilire alleanze durature con i cristiani e i drusi. Il timore degli Stati Uniti, che avevano confidato in una exit strategy consensuale senza ottenere nessun risultato, è che il dramma siriano si rifletta sugli altri due punti caldi dello scacchiere: il conflitto israelo-palestinese e il controllo del Golfo Persico. Anche per questo, se la caduta del dittatore è fatto probabile, il tempo occorrente rimane incerto. Non saranno solo i combattimenti a deciderlo, ma anche e soprattutto le diplomazie parallele.

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