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Città del Messico, 10/7/2012
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Ritorno al passato? Nell´anno del 150° anniversario della battaglia di Puebla – «el cinco de mayo» dell´orgoglio nazionale, che celebra una vittoria contro le truppe di Napoleone III – i messicani sono tornati alle urne per eleggere il successore di Felipe Calderón del Partido de acción nacional (Pan), di centro-destra.

I risultati provvisori del voto del primo luglio, diffusi dall´Instituto federal electoral (Ife), assegnavano il 38,15% a Enrique Peña Nieto del Partido de la revolución institucional (Pri), il 31,64% al candidato di sinistra, Andrés Manuel López Obrador del Partido de la revolución democrática (Prd), il 25,40% a Josefina Vásquez Mota del Pan e il 2,30% a Gabriel Cuadri di Nueva Alianza.

Esito per il momento provvisorio, perché López Obrador, detto Amlo, ha denunciato brogli e compravendita di voti. Il primo riconteggio delle schede non ha però modificato l´esito del voto. Teoricamente l´Ife ha ancora tempo fino al 6 settembre per annunciare il vincitore definitivo, ma è improbabile che si ripeta il clima di incertezza del 2006. Allora, per quasi due mesi, il verdetto restò in sospeso, fino a quando la vittoria venne assegnata a Calderón su Amlo per appena 243.000 voti (lo 0,58%).

In attesa della conferma e dell´assegnazione dei seggi al Congresso, è intanto emersa una mappa emblematica del voto per le presidenziali: il Pri, che si è imposto in venti Stati (in tutto sono trentuno, più il Distrito Federal, Città del Messico), domina tutto il Nord e il centro della Federazione (dove la candidata del Pan ha vinto in tre sole entità: Nuevo León, Tamaulipas e Guanajuato). Viceversa, la coalizione di sinistra ha trionfato in nove Stati del sud (eccetto Yucatán e Campeche). Una fotografia solo parzialmente rispettata laddove si votava anche per il governatore, dal momento che il Pri ha conservato Stati meridionali quali Chiapas e Yucatán e strappato al Pan (vittorioso solo a Guanajuato) il centrale Jalisco, perdendo però un suo storico bastione, il Tabasco, andato al Prd, così come il Morelos e il Distrito federal.

La vittoria di Peña Nieto segna quindi, a prima vista, un ritorno al passato, la revanche di quel sistema priista che per quasi settant´anni aveva dominato la politica messicana e che molti pensavano di aver sconfitto con l´avvento di due presidenti del Pan, Vicente Fox (2000-2006) e Calderón (2006-2012). In realtà, la situazione è più complessa, in primo luogo perché il Pri, pur giunto terzo nel 2006, non era mai scomparso e aveva manifestato una capacità di tenuta, organizzando il proprio rilancio proprio da quelle periferie con cui da sempre Città del Messico è costretta a confrontarsi. Non è certo un caso, quindi, che l´ascesa del quarantacinquenne Peña Nieto, sia stata preparata dalla provincia: da quando conquistò (2005) la carica di governatore dell´Estado de México, storico e inattaccabile feudo del Pri.

Inoltre, va tenuto presente uno sfondo importante, ossia l´eredità lasciata da dodici anni di governo del Pan, inaugurati nell´entusiasmo generale e chiusi tra dubbi e incertezze. Se ci limitiamo all´ultimo mandato, il Messico ci ha offerto un´immagine estrema e simbolica dei dualismi che solcano questa nostra strana stagione storica. Da un lato, il Paese, la seconda economia latinoamericana, ha rafforzato la sua immagine di rappresentante dell´America del Nord (fascia in cui è inserito nelle tabelle stilate dalla World Bank), è un membro dinamico del Nafta, una potenza emergente in seno ai G20 (di cui ha appena ospitato l´ultimo vertice, tra i resort di lusso di Los Cabos) e un Paese dagli indici macroeconomici solidi (nel 2010 la crescita del Pil è stata del 5,5% e nel 2011 del 4,1%), che investe in ricerca e attira capitali stranieri. Dall´altro, la faccia oscura del processo di modernizzazione è connessa alla crescente polarizzazione della ricchezza, agli alti indici di povertà, alla difficile gestione dei flussi migratori, agli scarsi diritti delle lavoratrici delle maquilas e e all´escalation di violenza legata al narcotraffico che ha aumentato insicurezza, impunità e corruzione. Secondo Amnesty international, solo nel 2011 le vittime del narcotraffico sarebbero state quasi 12.000, concentrate lungo la línea con gli Usa e nelle aree strategiche del Pacifico e dell´Atlantico.

Proprio il tema della violenza si è rivelato un fantasma che ha inciso come non mai sulla campagna elettorale, consolidando le posizioni di chi accusava il fallimento della guerra al narco e la strategia di mobilitazione dell´esercito voluta da Calderón, silenziosamente ispirata a quel Plan Mérida che a molti ricordava echi del Plan Colombia. Il Pri ha così avuto gioco facile nel presentarsi come il garante della stabilizzazione, muovendosi tra le promesse liberiste e tecnocratiche del nuovo corso, intrapreso da Salinas de Gortari a partire dalla fine degli anni Ottanta, e le suggestioni di quella che molti considerarono la «dittatura perfetta» in America latina: basata su un partito-Stato originalmente socialisteggiante ma non ideologico, all´occorrenza autoritario ma mai militarista, burocratico e clientelare ma anche benefattore e incorporativo; un modello capace, per lungo tempo, di rilegittimarsi su quel mito della rivoluzione ininterrotta, che aveva ispirato il suo fondatore, Plutarco Elias Calles, al finale dei turbolenti anni Venti.

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Comments
Pier Paolo Castellari, 16-07-2012, 15:46
A volte ritornano. Quante affinità fra il Partito rivoluzionario istituzionale e le fantasiose denominazioni dei movimenti italiani, in attesa dei Rivoluzionari moderati. Il Capo dello Stato che promuove la messa in stato d'accusa di una procura che ha intercettato delle telefonate col manutengolo dei mafiosi, come ce ne sono tanti al Sud, senza per questo far parte dell'onorata società. I dati statistici sembrano un'allegra sagra del "dare i numeri", quando la ragione del ritorno alle origini, dopo tante miscellanee di suoni e di colori, è da ritrovarsi nella intatta staticità di società, sistema e prospettive.