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Sopravviverà la zona euro fino al 2014?
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Nel 1969 lo storico Andrej Amalric scrisse il saggio Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?: si sbagliò di poco (solo 7 anni, ma chi l’avrebbe detto con l’Urss all’apogeo del suo potere militare?), anche se le cause del declino non furono quelle predette nel suo libro. Con il riacutizzarsi della crisi del debito sovrano, con la Spagna sotto forte pressione e l’Italia parzialmente contagiata, non è troppo peregrino porre la domanda di Amalric alla zona euro. L’approfondirsi della recessione; le crescenti divisioni tra i policy-makers europei sul da farsi, sul policy-mix da adottare e sulle condizioni da imporre ai Paesi che devono condurre l’aggiustamento; il crescente rigetto delle politiche di rigore nei Paesi in difficoltà; i dubbi (e talora il panico) dei mercati finanziari e il conseguente ritiro degli investimenti finanziari nella maggior parte delle economie del vecchio continente sembrano spingere verso uno smembramento, piccolo o grande che sia, della zona euro. Potrebbe cominciare con la Grecia ed estendersi poi ad altre economie o semplicemente cominciare e finire con la Grecia. In quest’ultimo caso, l’Eurozona sopravviverebbe, ma con un vulnus profondo, che la indebolirebbe per un lungo periodo.

La stragrande maggioranza degli attori economici (imprenditori e sindacati in primis) è perfettamente consapevole dei costi enormi che comporterebbe la frantumazione della zona euro e dunque si oppone fortemente a tale esito. Ma anche i dirigenti politici sono determinati “a fare tutto il necessario” perché l’Eurozona sopravviva nella sua integrità. I leader europei, pur con approcci e filosofie diversi, restano infatti europeisti convinti e cercheranno finché potranno di non agire contro l’interesse europeo (d’altronde solo frange estremiste come il Front nationalin Francia, il Kke in Grecia o Beppe Grillo in Italia sono per l’uscita dall’euro).

Il rischio maggiore per la salvaguardia della zona euro risiede nella distanza, al momento incolmabile, sulle misure da adottare per risolvere la crisi. Per convinzioni profonde (la tradizione tedesca dell’ordo-liberalismo) come pure per interessi immediati ma rilevanti (i Paesi nordeuropei privilegiano politiche che mettono i creditori in posizioni di forza), i Paesi forti dell’Eurozona hanno un’interpretazione "austriaca" della crisi. La soluzione sta dunque nelle riforme strutturali in grado di trasformare i Paesi deboli in Paesi forti. Non ci sono scorciatoie possibili, soprattutto dal lato della domanda. I Paesi deboli, sia perché vorrebbero vedere risposte più equilibrate in favore dei debitori sia perché hanno una tradizione keynesiana, spingono invece per manovre che comprendano sia riforme strutturali sia interventi di stabilizzazione del ciclo (nonché misure in supporto del sistema bancario danneggiato dalla recessione). La Francia si trova nel mezzo. Con Sarkozy, sovrastimando la propria forza, si era schierata con i Paesi dell’Europa del Nord, mentre con Hollande, anche per evitare politiche di austerità troppo radicali, ha cambiato alleanze e si è messa alla testa dei Paesi che chiedono un cambiamento di rotta e una rinnovata enfasi sulla crescita.

Nella crisi attuale, sono i Paesi deboli ad avere ragione dal punto di vista della teoria economica, ma sono i Paesi forti ad avere l’high ground nella battaglia politica volta alla definizione delle politiche economiche dell’Eurozona. Una sintesi al momento sembra molto difficile, se non impossibile. E se una sintesi ci sarà, probabilmente il policy mix non sarà quello buono. Dunque, per il momento, a Bruxelles si discute mentre Sagunto (che il caso vuole si trovi in Spagna) brucia. Si può lasciarla bruciare ancora un po’, ma il rischio è che gli squilibri che si sviluppano a un certo punto non possano più essere controllati e che l’incendio si propaghi fino al centro della zona euro.

Recentemente la Germania ha cercato di bloccare l’offensiva franco-italiana per un rafforzamento delle politiche di crescita con la proposta di costruire un’Eurozona federale (o meglio quasi-federale, poiché al suo interno si determinerebbe una forte dicotomia tra Paesi in surplus e Paesi in deficit). La proposta tedesca, che mette in imbarazzo Paesi federalisti come l’Italia e Paesi non-federalisti come la Francia (in cui la cessione di importanti poteri politici a Bruxelles verrebbe vissuta come un affronto alle prerogative democratiche nazionali) appare però come un’inutile distrazione. Focalizzarsi sul medio termine quando la sopravvivenza della zona euro è a rischio qui e ora non serve né ad aumentare la fiducia nelle istituzioni europee né a stabilizzare i mercati. Alcuni fautori del federalismo considerano comunque che è una via da esplorare e, se possibile, sfruttare. Ma non tutti i federalismi si equivalgono e un federalismo come quello suggerito attualmente dalle autorità tedesche non è ciò di cui l’Europa e l’Eurozona hanno bisogno. Inoltre un federalismo nato per necessità (e quasi per disperazione) al fine di evitare un aggravamento della crisi, in assenza di un appoggio popolare convinto, rischia di allargare ulteriormente il gap tra il mondo politico e la popolazione (la preoccupante crescita del voto di protesta in tutta Europa dovrebbe pur insegnarci qualcosa), aprendo la via al successo di forze politiche populiste e antieuropeiste.

Per concludere da dove si era cominciato: Armando Cossutta, difendendo l’Unione Sovietica all’inizio degli anni Ottanta, parafrasò Guicciardini e sostenne che non si poteva chiedere al bue di fare la corsa del cavallo. Nel caso dell’Urss il bue era già stremato e non si muoveva più, altro che corsa del cavallo. Infatti tirò le cuoia pochi anni dopo. Tuttavia il paragone si applica bene anche all’Eurozona. La corsa del cavallo (il federalismo) può forse salvare il bue europeo dalla crisi del debito sovrano, ma, se mal calibrato, può anche farlo schiantare, tali e tanti sono i problemi da affrontare e le trasformazioni che gli verrebbero richieste in un breve lasso di tempo. Si può cominciare a discutere della trasformazione del bue in cavallo, ma anzitutto bisogna assicurarsi della sopravvivenza del bue.

Fuor di metafora, è probabile che alla fine le forze centripete prevarranno, garantendo l’integrità e la sopravvivenza della zona euro fino e oltre il 2014. Tuttavia, nell’impossibilità di adottare le politiche necessarie per affrontare in modo risolutivo la crisi della zona euro, siamo presumibilmente condannati a una lunga guerra di trincea, con costi elevati in termini di crescita e occupazione. Quel che è particolarmente frustrante è che una buona parte di essi avrebbero potuto e potrebbero essere evitati. Quando gli storici economici valuteranno le risposte di politica economica della zona euro in questi anni, dubito fortemente che riceveremo la sufficienza (o anche solo un’insufficienza non troppo grave). History will not be kind to us.

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Comments
Pier Paolo Castellari, 25-06-2012, 19:56
Mi chiedo se questa continua disamina sulla convenienza o meno (bisognerebbe poi vedere per chi) della moneta continentale rispetto a quelle nazionali non costituisca solo uno sfogo, talvolta scalmanato, ma niente di più. Se si parte dal principio che i patti vanno rispettati, nell'euro, noi aderenti, ci dobbiamo restare e trarne occasione per una modifica stabile dei nostri costumi, in senso serio. In una cornice di libertà, ovviamente. Certo che, quando si legge che la Grecia ha truffato un'altra volta la Comunità, prendendo soldi, sistemando accoliti, mentre ne chiede ancora, in assenza di rappresentanza, perché il primo ministro ha il distacco della retina, il vice si è sentito male e il ministro delle finanze, artefice dell'infornata clientelare, si è dimesso perché non se la sentiva di affrontare le contumelie dei gabbati colleghi europei, vien fatto di non rimpiangere la perdita di un socio così inaffidabile. Fatta salva la serietà e la libertà, bisognerebbe ampliare il raggio della cultura continentale da diffondere e partecipare, attraverso una modifica dei programmi scolastici e una adeguata sinergia universitaria, per far comprendere che un faticoso cammino, ora intrapreso, deve essere condotto, in termini intergenerazionali, fino ad esiti fecondi e positivi, di cui una univoca economia - da raggiungersi - non può che essere la base. Tornare sui propri passi vorrebbe dire involversi e regredire.