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Gerusalemme, 22/6/2012
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  • lettere internazionali

Il tram oltre il confine. Una panchina condivisa da ebrei sefarditi e ashkenaziti che poggia sul monte dedicato a Theodor Herzl, il fondatore del sionismo. Anche la storica rivalità tra gli ebrei di origine mediorientale e quelli con radici europee sembra annullarsi se li si osserva mentre si affacciano a guardare il parco sottostante che ospita lo Yad Vashem, il museo che ricorda il tragico passato del loro popolo.

È da qui che iniziano i quattordici chilometri di binari sui quali viaggia il nuovo tram di Gerusalemme, costato più di otto anni di lavoro e circa ottocento milioni di euro. «Questo autobus attraversa anche quartieri palestinesi e bisogna tenere gli occhi aperti», racconta un controllore che ha alla cintura una pistola con la quale è pronto a difendere i viaggiatori. «Non era necessario spendere tutti questi soldi», aggiunge un ebreo ultraortodosso che spiega di essere stato a lungo contrario al progetto. La sua posizione è in linea con quella presa dal rabbinato, che ha criticato il fatto che i lavori si svolgessero a ridosso di quartieri densamente popolati da ebrei osservanti e che il tram non prevedesse l’impiego di carrozze kosher, ovvero con posti rigidamente separati per uomini e donne. Con una rigida gerarchia che impone prima l’ebraico, poi l’arabo e infine l’inglese, quando il tram annuncia la fermata di Makhane Yehuda le carrozze si popolano di donne cariche di acquisti fatti al mercato locale. «Qui la roba è più pulita», spiega una ricca signora palestinese che ha attraversato la città per arrivare fin qui, irritando il più modesto marito, che preferirebbe mangiare le olive dell’albero del contadino del suo villaggio. «I coloni israeliani hanno demolito tutte le piante, ora siamo obbligati a comprare anche l’olio», conclude.

Ogni carrozza è un variegato microcosmo urbano che difficilmente si riesce a vedere nelle strade di questa città. Un’ebrea osservante con i capelli raccolti in una sciarpa colorata siede accanto a una ragazza in minigonna, che viene mangiata con gli occhi dai più giovani e criticata silenziosamente dagli altri. Una coppia di cristiani ne approfitta per darsi un bacio, mentre un militare con kippah in testa e fucile in spalla legge dal suo cellulare la posta elettronica. I più religiosi si fermano ai margini della città vecchia, vicino alle mura di selenite che riflettono il colore del sole e proteggono al loro interno i luoghi sacri ai fedeli delle tre religioni monoteiste. C’è chi scende per andare al Santo Sepolcro, chi per toccare il Muro del pianto e chi per rivolgersi ad Allah nella moschea di Al-Aqsa. Lasciandosi alle spalle la città vecchia, il viaggio continua in un susseguirsi di colonie israeliane. Da French Hill a Pisgat Ze’ev si attraversa la tratta che ha creato più problemi, visto che i residenti hanno accusato la municipalità di Gerusalemme di aver fatto passare i binari su territori conquistati da Israele nella guerra del ’67, considerati quindi colonie illegali. Dopo chilometri di costruzioni basse, sulle quali spicca la bandiera con la stella di David, il tram termina a Hel Havair, ennesimo avamposto dal quale Israele guarda alle terre circostanti, nella valle del Giordano.

Nel viaggio si incrociano volti apparentemente sereni, che non hanno paura di incontrare sguardi “nemici”: il vagone sembra essere impermeabile al conflitto della terra che attraversa. Impermeabile ma allo stesso tempo congelato in una guerra che logora due popoli che sembrano assuefatti dalla loro quotidianità. Un tram che secondo molti passeggeri (israeliani) dimostra come una convivenza sia possibile. Un tracciato, però, che mette a nudo le planimetrie geografiche che governano le menti dei suoi ideatori. Anche se il mondo intero continua a ragionare sulla soluzione dei due Stati, questo tram unisce Gerusalemme e dunque rende nei fatti, nella viabilità, nei binari stessi, impossibile la divisione della città santa in due capitali. Gerusalemme è una e indivisibile, sembra dire il tram, e un viaggio su questi binari spiega meglio di tante parole quale sia la posizione del governo di Tel Aviv.

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