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Reinhart KOSELLECK, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti
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A Reinhart Koselleck, uno dei grandi protagonisti della storiografia contemporanea, dobbiamo l'elaborazione di un ambizioso e influente modello di storia concettuale, fondato sulla convinzione che la dissoluzione del mondo antico e la nascita del mondo moderno abbiano lasciato tracce vistose nella storia dei termini e dei concetti politico-sociali. "Storia", "progresso", "sviluppo", "emancipazione", "crisi", "utopia": interrogando le trasformazioni, in termini sia di continuità sia di scarto, di questo lessico è possibile cogliere le complesse dinamiche che hanno caratterizzato il passaggio alla modernità. Non solo: le riflessioni di Koselleck si prestano anche ad un fertile confronto con le grandi sfide della contemporaneità, dalla crisi ecologica al tramonto delle tradizionali forme di associazione politica, al problematico rapporto tra memoria e identità.

Reinhart Koselleck (1923-2006) ha insegnato nelle università di Bochum, Heidelberg e Bielefeld. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo, pubblicate dal Mulino, "Critica illuminista e crisi della società borghese" (II ed. 1984) e "La Prussia tra riforma e rivoluzione, 1791-1848" (1988).

Collana "Intersezioni", Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 192, € 15,00

in libreria dal 26/02/2009

 

►Un brano tratto dal Capitolo terzo: Progresso e decadenza


Un giorno di fine Ottocento a Frenke, un piccolo villaggio sul Weser, il penultimo figlio di una famiglia di artigiani venne cresimato. Di ritorno a casa ricevette un sonoro ceffone, per l’ultima volta, dopodiché poté sedersi a tavola mentre prima, come tutti i bambini, mangiava in piedi. Questa era l’usanza. È a questo punto che comincia la storia che sto per raccontare. Il protagonista è l’ultimo figlio, il più giovane della famiglia, ed è stato lui in persona a raccontarmela1. Pur se non ancora cresimato, gli fu permesso di sedere al tavolo dei grandi, come il fratello cresimato, senza ceffone. Quando la madre chiese, sorpresa, cosa significasse ciò, il padre rispose: «È il progresso». Il giovane andò inutilmente in giro per il villaggio a chiedere cosa fosse il progresso. All’epoca il villaggio era formato solo da cinque fattorie, due case coloniche, sette botteghe di artigiani e sette case di contadini. Nessuno degli abitanti sapeva dare una risposta. Eppure questa parola circolava, sia in forma scritta sia in forma orale in città, dove stava diventando una parola alla moda che indicava il nuovo stato di cose. Una vecchia usanza veniva infranta. Non sappiamo come la madre abbia chiamato quel cambiamento; se, cosa peraltro improbabile, avesse padroneggiato il linguaggio colto e nostalgico, avrebbe forse utilizzato i concetti di declino e decadenza per indicare, con termini diversi, il medesimo stato di cose. Ora, questa storia è sintomatica del processo di lungo periodo nel corso del quale la vecchia Europa si è trasformata, e ancora si sta trasformando, nel mondo delle società industriali moderne. Intendiamo anzitutto interrogarci sull’impiego della parola, ossia su che cosa viene realizzato dall’uso della parola. Chiaramente, l’affermazione «È il progresso» implica l’irruzione improvvisa della prospettiva temporale nella struttura sociale tradizionale di una famiglia di artigiani. Prima la cresima non aveva soltanto un significato religioso, ma era anche un rito di iniziazione sociale; ora le cose sono cambiate. L’ammissione al tavolo degli adulti viene separata dall’usanza religiosa. Prima si faceva così, oggi si fa diversamente: questa la correlazione minimale stabilita dal nostro testimone con l’impiego della parola «progresso», in cui risuona anche la convinzione che il nuovo comportamento sia migliore di quello precedente. Ma con quella parola l’artigiano sottolineava anche che ammettere a tavola il figlio più giovane non era il frutto di una sua iniziativa personale bensì, appunto, una conseguenza del «progresso». Insomma, egli non faceva che mettere in pratica quanto era già richiesto dai tempi. L’autore empirico dell’azione viene sgravato dalla responsabilità, in quanto compie un atto la cui origine e il cui significato vanno ascritti al progresso. L’atto individuale risulta essere come un evento che si compie attraverso l’agente.

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