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Parigi, 7/5/2012
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  • lettere internazionali

Un normale socialista? Trentuno anni dopo avere celebrato lo storico ingresso all’Eliseo di François Mitterrand, il 10 maggio 1981, il popolo di sinistra si è riappropriato domenica sera di place de la Bastille, a Parigi, per festeggiare, in un tripudio di bandiere e fumogeni rossi, la vittoria di François Hollande, secondo presidente socialista nella storia della V Repubblica. Poco più di un anno fa, il 27 aprile 2011, nello spoglio decoro del teatro di Clichy-la-Garenne, nella periferia parigina, Hollande aveva tenuto il primo comizio della sua lunga campagna, di fronte a qualche centinaio di sostenitori. «Sarà una corsa ad ostacoli, un lungo cammino. Questo cammino inizia oggi». E in effetti il percorso è stato lungo e ricco di sorprese.  Dodici mesi fa, d’altronde, l’ex segretario socialista era un semplice «outsider» (così  lo aveva definito anche una testata «amica» quale il quotidiano «Libération»), mentre si attendevano le dimissioni di Dominique Strauss-Kahn dal Fmi per candidarsi a un’elezione della quale appariva il grande favorito. Allora erano in pochi anche a scommettere sulle possibilità di Nicolas Sarkozy, in crisi di consensi, di qualificarsi per il secondo turno,  François Bayrou era indicato come possibile partecipante al ballottaggio, Marine Le Pen minacciava il presidente uscente di un 21 aprile 2002 al contrario, mentre Jean-Luc Mélenchon non era nemmeno citato tra le possibili sorprese. E invece, una lunga campagna caratterizzata da scandali newyorkesi e da una crisi economica che non ha mollato la presa, ha trasformato lo scenario della vigilia. Al termine di primarie socialiste che, lo scorso autunno, hanno coinvolto quasi tre milioni di votanti, Hollande è divenuto candidato ufficiale del Ps e da allora tutti i sondaggi lo hanno indicato come vincitore. L’outsider è improvvisamente divenuto il grande favorito della competizione.

Erano in pochi a giudicarlo in grado di vestire i panni del monarca repubblicano. Rispetto ai propri predecessori gli mancavano almeno due caratteristiche ritenute indispensabili per raggiungere la magistratura suprema: una solida esperienza governativa e un carisma personale capace di sedurre i francesi. Sembrava impossibile poter entrare all’Eliseo senza incarnare l’emblema del volontarismo politico e rievocare i fasti del napoleonico «l’impossibile non è francese». E invece, il profilo da «anti-eroe» di Hollande è riuscito a far breccia tra i francesi, grazie ad almeno due fattori. In primo luogo il candidato socialista ha potuto contare sul discredito del presidente uscente e sulla pratica del voto-sanzione che negli ultimi tre anni in Europa ha sempre punito i governi uscenti. Ma se l’antisarkozysmo diffuso  è stato il cemento capace di aggregare un elettorato eterogeneo, esso non può oscurare un mutamento significativo nella legittimazione della leadership politica che travalica i confini dell’esagono. L’idea diffusa secondo la quale i governi, di fronte alla crisi economica, abbiano un margine di manovra ridotto, non ha alimentato – come molti avevano vaticinato alla vigilia – l’astensionismo (18,9% al secondo turno) ma ha piuttosto sancito il declino dell’età degli «uomini della provvidenza» (come peraltro è avvenuto recentemente anche in Italia e Spagna, con l’uscita di scena di personaggi carismatici, per quanto differenti, quali Berlusconi e Zapatero). I francesi hanno ritenuto che questi tempi di crisi richiedano più prudenza, affidabilità e competenza che magniloquenza e impeto e hanno dato fiducia alla forza tranquilla e alla promessa di riconciliazione nazionale del candidato socialista. Non è un caso che nel primo discorso tenuto dal suo feudo di Tulle, in Corrèze, pochi minuti dopo l’annuncio della vittoria, Hollande si sia impegnato anzitutto a essere un «presidente esemplare».

«Il cambiamento, è adesso», recitava lo slogan della campagna di Hollande. Il suo ingresso all’Eliseo – specie se le legislative di giugno gli attribuiranno una maggioranza «amica» – dovrebbe effettivamente caratterizzarsi per una serie di misure capaci di segnare una discontinuità rispetto all’azione di Sarkozy: la creazione di 60.000 nuovi posti nell’istruzione, l’introduzione di un’aliquota al 75% per i redditi oltre il milione di euro, la correzione della riforma previdenziale (riportando l’età pensionistica a 60 anni per chi ha versato 41 anni di contributi), l’introduzione di un capitolo «crescita» al trattato di stabilità europeo, la riduzione progressiva della quota nucleare nella produzione di elettricità dal 75% al 50% entro il 2025. Anche sul fronte internazionale, per quanto non si intravedano all’orizzonte rotture drastiche, Hollande intende operare alcuni mutamenti di rotta: il pieno reintegro nella Nato non è direttamente rimesso in discussione ma è interpretato come lo strumento per rilanciare il progetto di Europa della difesa; la fine dell’ostracismo nei confronti della Turchia, ritenuta un partner economico e politico «essenziale sia per la Francia che per l’Ue»; lo stop agli interventi «umanitari» in Africa, rispetto ai quali Hollande – che già nel 2007 aveva preso le distanze dal discorso di Dakar – intende voltare definitivamente la pagina della «Françafrique». Difficile prevedere oggi se questo sarà sufficiente a riconciliare i francesi con la politica.

 

[Questo articolo è stato redatto per www.europressresearch, che si ringrazia per l’autorizzazione a ripubblicarlo]

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