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Bamako, 26/4/2012
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La polveriera del Sahel. Il 22 marzo scorso un fulmineo colpo di Stato ha deposto il presidente maliano Amadou Toumani Touré (noto come Att), e insediato al suo posto una giunta militare. Il suo portavoce, il capitano Sanogo, non fa mistero della sua formazione militare negli Usa, fra cui un periodo nella base di Fort Benning, la tristemente celebre “fabbrica dei golpe” degli anni Ottanta. Colpisce la dinamica degli eventi: sono state sufficienti un paio di squadre di giovani sottufficiali male addestrati e quattro lanciarazzi Brdm (su 40 in dotazione all'esercito), a sgominare la guardia presidenziale formata dagli istruttori Usa, che avevano eletto il Mali a perno del dispositivo di sicurezza pan-saheliano. Sembra che la guardia presidenziale non abbia combattuto, suggerendo invece ad Att di riparare presso l'ambasciata americana.

Giova ricordare la sfiducia nutrita dalle diplomazie occidentali nei confronti di Att, per lo scarso dinamismo mostrato nella lotta contro il narcotraffico e al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi), confermata da wikileaks. L'ambasciatore Usa a Bamako ha addirittura ammesso che le rimostranze degli insorti erano in fondo giustificate, mentre il Dipartimento di Stato, anziché appellarsi tradizionalmente all'immediato ripristino della Costituzione e della legalità, si è inizialmente limitato a un generico richiamo alla calma e alle soluzioni pacifiche (poi ridimensionato). Sta di fatto che il disordine generato dal colpo di Stato fra i vertici militari ha garantito ai ribelli tuareg del nord un'avanzata fulminea, concretizzata nella conquista dei 3 capoluoghi regionali che dominano il territorio di cui reclamano l'indipendenza, l'Azawad, prevalentemente desertico e grande il doppio dell'Italia. È stato osservato come la ribellione tuareg sia strettamente collegata alla destabilizzazione regionale generata dalle conseguenze della guerra in Libia: da lì infatti vengono la maggior parte delle armi pesanti e dei generali tuareg, a cui Gheddafi aveva offerto protezione e ospitalità nel proprio esercito.

I media maliani non esitano ad additare le responsabilità della Francia, che avrebbe “offerto” il nord del Mali alle divisioni libiche guidate da generali tuareg, in cambio della loro rinuncia alla difesa del Rais. E in effetti, gli spostamenti di uomini e armi si sono osservati fra luglio e ottobre 2011, i mesi decisivi della guerra in Libia a ridosso della cattura di Gheddafi. Alcune sorprendenti dichiarazioni del ministro degli Esteri francese (che ha parlato di “importanti vittorie” dei ribelli tuareg), e la simpatia della stampa transalpina nei confronti del Mnla (Mouvement National de Libération de l'Azawad, che – unico fra i movimenti ribelli - beneficia di un portavoce e di una rappresentanza ufficiale a Parigi) non hanno contribuito ad appianare l'equivoco. L'interesse della Francia (e dell'occidente) all'area dell'Azawad sembra legato più al contrasto del terrorismo e del contrabbando (di uomini, merci, armi e droga) che alle eventuali risorse del sottosuolo, di cui ad oggi non ci sono prove certe. Nell'attuale situazione di stallo e partizione de facto del Mali, le potenze occidentali escludono l'ipotesi di un intervento diretto. La prospettiva di un “afghanizzazione” dell'intera regione (con una saldatura fra Aqmi, Boko Haram e gli Shabab somali) gioverebbe ad Aqmi, mentre ne risulterebbe particolarmente penalizzata l'Algeria, che ha beneficiato negli ultimi 10 anni di un'importante “rendita securitaria” maturata nella lotta contro il terrorismo islamico e l'alleanza con gli Usa.

Emergono frattanto diversi movimenti ribelli di matrice islamica, da cui il Mnla si sforza di prendere le distanze, ma che di fatto appaiono alleati sul campo. Spicca fra questi il gruppo salafita Ançar Eddine, il cui sorprendente potenziale militare fa sospettare un legame con il Qatar. Il suo leader, Iyad Ag Ghali, è invece ritenuto prossimo ai servizi algerini, e intrattiene provate relazioni con i dirigenti di Aqmi, rinforzate da intrecci familiari e matrimoniali. Lo stesso leader del Mnla, Mohamed Ag Najem, ex ufficiale dell'esercito libico, era incaricato di controllare lo snodo del narcotraffico trans-sahariano nel sud-est libico. Venuta meno la repressione di Gheddafi, il narcotraffico ha ripreso il pieno controllo del Sahara e c'è da sospettare che Ag Najem, che ne conosce tutti i segreti, voglia partecipare alla spartizione della torta. La rivolta tuareg, nata in nome dell'autodeterminazione dei popoli, corre il rischio di degenerare in una lotta fra clan mafiosi e signori della guerra, alimentata dalle ideologie nazionalistiche o salafite e sostenuta dalle mire geopolitiche delle potenze regionali.

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