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Una mafia più che mai impresa
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  • Identità italiana

Esiste da tempo una “questione settentrionale” per quanto riguarda il fenomeno mafioso: lo testimoniano lo scioglimento delle giunte di Bardonecchia, Ventimiglia, Bordighera, Desio e le numerose indagini che hanno portato ad arresti d'ingenti proporzioni (Infinito: centodiciannove imputazioni in Lombardia; Minotauro: duecento incriminazioni in Piemonte; Crimine: che, con centoventisei indagati - nella maggioranza residenti in Lombardia - ha dimostrato come le attività illegali della ’ndrangheta reggina siano ben radicate e produttive in quella regione).

Non si tratta di un contagio proveniente dal Sud che, come la linea della palma alla quale si riferiva Sciascia, è risalito su per l’Italia. E risulta del tutto anacronistico parlare d'infiltrazione. Le mafie, ormai radicate nel Nord del Paese, non sono identificabili in modo chiaro con forme di criminalità, ma vivono di relazioni sociali che le rendono invisibili. Il loro strumento d’azione privilegiato è infatti l’inabissamento, che le porta a riemergere e a far ricorso alla violenza solo per punire gli “infami” o per ridurre a più miti consigli imprenditori e professionisti, trascinati nei loro traffici. Nelle regioni del Nord la mafia spara raramente, ma non per questo è meno forte. Anzi, il legame con il tessuto imprenditoriale ha incrementato il suo potere e la sua forza contrattuale, facendola divenire un'interlocutrice privilegiata per quell'imprenditoria che è alla spasmodica ricerca di liquidità e che non si sofferma sull’origine del denaro che viene offerto. Così s'inizia con l’accettare l’aiuto di personaggi che nell’arco di solo un anno s'impossessano completamente dell’attività produttiva, espellendo i proprietari originari.

Ma l’imprenditoria del Nord più scaltra e avida ha intensificato i contatti con la mafia anche, e soprattutto, utilizzando i servizi che il sistema mafioso offre. E allora lo smaltimento di rifiuti tossici viene affidato alla criminalità mafiosa, che mette a disposizione un servizio a un costo estremamente vantaggioso rispetto alle tariffe dello smaltimento legale. Così come appalti in campo edilizio e nel movimento terre vengono assegnati ad aziende della filiera mafiosa. Basti pensare a come 'ndrine calabresi, per lo più originarie di Cutro e Isola Capo Rizzuto, siano riuscite a impossessarsi dell'economia legale reggiana. Enrico Bini, presidente della Camera di commercio di Reggio Emilia, ha più volte evidenziato come siano state le gare al massimo ribasso a favorire l'ingresso delle mafie in regione. I boss, difatti, hanno vinto gare d'appalto con offerte del 30, 40 o 50% inferiori rispetto a quelle delle aziende locali. Utilizzando manodopera sottopagata, o in nero, stabiliscono chi e come deve lavorare, avvelenando il libero mercato e distorcendo la concorrenza.

E’ ormai assodato, quindi, che la mafia non è solo subcultura o mentalità, ma è organizzazione, impresa. Si tratta di un sistema super organizzato che per sopravvivere e crescere ha necessità d'interagire con il tessuto politico, amministrativo ed economico. Il tutto si realizza mediante uno scambio di servizi. La mafia mette a disposizione liquidità e voti elettorali, il sistema legale, sensibile a quest’offerta, ricambia con la concessione di licenze, con l’utilizzo di attività sulle quali investire ingenti capitali provenienti dai crimini, o fornendo strumenti che aiutano a realizzare quel processo attraverso il quale il denaro delle mafie sarebbe un ricavato inerte: il riciclaggio.

Il procuratore generale antimafia Pietro Grasso ha sottolineato l’importanza di questa attività, che il consiglio di Tampere del 1999 definisce «nucleo stesso della criminalità organizzata». Il quadro che ne esce è a dir poco inquietante. Il Fondo internazionale europeo ha sollevato l’allarme su di un’attività che rappresenta dal 3 al 5% del Pil dell’intero pianeta e che porta a ritenere che le fortune dei boss siano divenute parte rilevante dell’economia planetaria. Il vice direttore generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola, ha sostenuto che si tratta di un pericolo diffuso e che è in gioco la tutela dell’integrità del sistema finanziario. La dimensione sociale del riciclaggio, infatti, comporta che i denari illeciti, attraverso la rete di corruzione gestita dalle organizzazioni criminali, confluiscano in capitali d'istituti di credito in via di costituzione. E non esistono solo i paradisi fiscali delle isole esotiche, ma realtà del territorio nazionale come lo Stato del Vaticano e la Repubblica di San Marino rendono il nostro Paese parte attiva di un processo che permette al denaro sporco di tornare in circolo attraverso una rete di relazioni che coinvolge broker e professionisti insospettabili.

Le forme mediante le quali si perpetra questo meccanismo, che ammonta per il solo nostro Paese a 118 miliardi di euro, sono le più svariate. Attraverso il riciclaggio, il potere d’acquisto del denaro illegale, che è di per sé poco liquido essendo spendibile solo nel circuito illegale, da potenziale diviene effettivo. Tale processo viene programmato in una logica imprenditoriale d'affidare a operatori di fiducia. Si pensi al meccanismo che permette di ripulire le immense ricchezze provenienti dal narcotraffico: il National Intelligence Council parla di una cifra che va dai 100 ai 300 miliardi di dollari. Accanto ai trafficanti c’è un sistema che incamera i soldi della droga, li ripulisce e li piazza in mezzo mondo. Seppur la Colombia, il Messico e la Bolivia siano migliaia di chilometri distanti da noi, il processo di ripulitura dei narcodollari si realizza anche in Italia. Nel recente libro di Grasso si legge come il denaro proveniente dalla droga venga sostituito con oro grezzo o lavorato, reperito preferibilmente nella zona di Arezzo e Vicenza, per poi tornare in Sud America.

Ma il riciclo avviene anche mediante attività economiche più vicine al comune cittadino. Si pensi alla ristorazione. In Italia il giro d’affari della ristorazione “da riciclo” coinvolge 5.000 locali tra bar e ristoranti. Per non pensare a come anche i centri commerciali siano diventati un ottimo strumento di lavaggio e di controllo dell’attività economica, imponendo tangenti ai commercianti che hanno investito in questi esercizi.

Una mafia più che mai impresa, quindi. Un'impresa mafiosa che si insinua sempre più nelle attività legali, svuotandole e utilizzandole in modo strumentale per il suo malaffare. Al cittadino e all’imprenditore il dovere di non delegare alle istituzioni il compito di sbarrare l’avanzamento di questo male che si nutre più che mai d'indifferenza, dolosa ingenuità e avidità di potere economico. Le mafie, lo hanno dimostrato in questi centocinquant'anni di storia, non hanno mai condiviso né potere, né ricchezze. Spartire affari con loro non è mai conveniente. La lotta si gioca ora tutta sulla conoscenza dei meccanismi che permettono loro d'impadronirsi di realtà economiche, anche e soprattutto attraverso la corruzione. Ciò che deve essere chiaro è che, come ha efficacemente sottolineato Elena Ciccarello, una giovane giornalista piemontese coautrice di un documentario sulla mafia nella sua regione, «oramai più nessuna ingenuità è più accettata».

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