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San Pietroburgo, 23/3/2012
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Lo Zar delle urne. La vittoria annunciata di Putin alle elezioni presidenziali del 4 marzo 2012 era scontata nei risultati ma non nei modi. La società civile aveva preso coscienza della debolezza del tandem Medvedev-Putin dopo l’esito non favorevole a Russia unita (il partito dell’allora premier russo Vladimir Putin), che alle elezioni per la Duma del 4 dicembre 2011 perse quasi il 15% dei consensi rispetto alla tornata precedente. Le proteste da parte del mondo intellettuale sono iniziate dopo l’annuncio della candidatura di Putin e si sono estese anche alla classe media, un tempo convinta sostenitrice della guida forte del Cremlino. Il 10 dicembre e il 4 febbraio, a un mese esatto dalle presidenziali, si sono svolte grandi manifestazioni in tutto il Paese, la prima per protestare contro i risultati elettorali della Duma, considerati da molti manipolati, la seconda direttamente legata alla candidatura del leader russo, che ha visto decine di migliaia di moscoviti scendere in piazza con lo slogan Rossija bez Putina (Russia senza Putin).

L’esperienza delle elezioni del 4 dicembre ha spinto parte della società civile politicamente attiva a mobilitarsi per organizzare un controllo indipendente per le operazioni di voto delle presidenziali. A Mosca, a San Pietroburgo e in altre città del Paese sono nate diverse associazioni di osservatori indipendenti, con l’intento di sorvegliare lo scrutinio del 4 marzo. A San Pietroburgo, sulla scorta dell’esperienza della capitale, la trentaduenne Aleksandra Krylenkova, imprenditrice, arrestata il 7 dicembre mentre manifestava nella Palmira del Nord, ha organizzato assieme al marito Aleksandr e ad altri attivisti per la difesa dei diritti civili l'Associazione degli osservatori di San Pietroburgo, che nel corso degli ultimi due mesi ha messo in piedi decine d'incontri di formazione con aspiranti osservatori. Sono stati spiegati i diritti e i doveri delle Commissioni, come funziona la legge elettorale e tutto quanto riguarda il corretto svolgimento delle elezioni. All'inizio si sono limitati alle sezioni del quartiere Kalininskij, dove vivono, poi, progressivamente, hanno esteso la loro azione al resto della città. Grazie al loro lavoro, il 4 marzo a San Pietroburgo erano attivi 26 gruppi di osservatori per ogni quartiere e uno più grande per la Commissione elettorale centrale.

Nonostante l’impegno profuso, i risultati non hanno corrisposto alle attese. I gruppi di osservatori hanno registrato decine d'irregolarità durante le operazioni di voto, nello spoglio e nella compilazione dei verbali, ma, secondo le parole della stessa Aleksandra, “la legge elettorale, il codice penale, la Costituzione: nulla di tutto ciò ha impedito che ci fossero brogli, e nessuno ha potuto farci nulla. I presidenti di sezione dicevano una cosa, promettevano di seguire le regole, ma poi facevano quello che volevano, apertamente, sicuri di restare impuniti. Eravamo convinti che la pubblicità, la diffusione di nomi e fatti, la glasnost’, per usare una parola demodé, avrebbe in qualche modo fermato le violazioni, ma non è stato così. Le manipolazioni si sono svolte sotto gli occhi di tutti. I nostri osservatori spesso sono stati allontanati dai seggi con i pretesti più diversi, tutti illegali. La polizia eseguiva gli ordini dei presidenti di sezione, senza badare alle istruzioni elettorali, che ne garantivano la presenza”.

I risultati della consultazione del 4 marzo sono noti: ha votato il 65,4% degli aventi diritto e Putin si è imposto al primo turno (la legge prevede un doppio turno alla francese) con il 63,6% dei voti. Al secondo posto il comunista Gennadij Zjuganov con il 17,18%, seguito dal magnate Michail Prochorov con il 7,98%, dal nazionalista Vladimir Zhirinovskij con il 6,22% e da Sergej Mironov, leader del partito Spravedlivaja Rossija (Russia giusta), con il 3,85%. Tutti i candidati, tranne Zjuganov, hanno riconosciuto la legittimità della vittoria di Putin. Legittimità misconosciuta anche dalle opposizioni democratiche, che non avevano un candidato unitario a causa del loro ritardo politico, ma che chiedevano, come detto, almeno un'elezione non inquinata da sospetti di brogli o manifeste violazioni.

Il 5 marzo a Mosca, San Pietroburgo e in altre città della Russia si sono svolti meeting di protesta contro il risultato elettorale, conclusi con il fermo di centinaia di dimostranti. Nei giorni seguenti alcune organizzazioni non governative hanno raccolto le testimonianze degli osservatori indipendenti, stilato protocolli con l'aiuto di giuristi, preparato denunce alla Procura, fotocopiato e catalogato centinaia di verbali considerati rimaneggiati. A dire dell'opposizione, Putin non avrebbe superato il primo turno, vincendo con meno del 45% dei voti, mentre il secondo posto sarebbe stato occupato da Prochorov, con circa il 20% dei consensi. Si tratta di stime indipendenti, diffuse attraverso i social network, in particolare Facebook, assieme a decine di foto di verbali considerati “taroccati”. Il 10 marzo si è riunito a San Pietroburgo il II Congresso degli osservatori indipendenti. Nonostante la sconfitta, il morale dei partecipanti era alto. In questo momento si assiste a una flessione della protesta, almeno nelle piazze, flessione fisiologica dopo mesi di lavoro e tensione, ma l'opposizione appare ancora determinata. “Noi siamo per il controllo civico del potere”, ha dichiarato Aleksandra Krylenkova. “Durante questi due mesi si sono consolidati i rapporti tra i volontari, la società civile si è mossa e per il momento non vuole tornare a casa in attesa degli eventi. Vogliamo essere protagonisti. Le procure dei vari quartieri saranno inondate di ricorsi. La lotta vera comincia adesso”.

Le prospettive per la Russia dopo l’elezione di Putin, per la terza volta presidente grazie alle modifiche costituzionali necessarie, non sono chiare. Egli resterà in carica per almeno un mandato; Medvedev sarà il suo primo ministro. Il ticket così formato ha la possibilità di governare la Russia per anni, se Putin sarà in grado di tenere sotto controllo la protesta, riacquistare la fiducia persa nella classe media e fare del suo delfino una figura di primo piano in grado di presentarsi come candidato vincente alle presidenziali del 2018 o, addirittura, del 2024. L’uomo che in questo momento può costituire una importante interferenza nei loro piani, Michail Chodorkovskij, si trova in prigione. Intorno a lui si stanno raccogliendo speranze e consensi. Uscirà nel 2017, in tempo, forse, per proporsi come alternativa credibile.


 

Sulla situazione in Russia dopo l'elezione di Putin è in preparazione per il numero 2 della rivista un articolo di Paolo Calzini, La Russia di Putin, ancora, pp. 330-337.

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