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Pechino, 20/3/2012
rubrica
  • lettere internazionali

Il mandato del cielo. Le scelte riguardanti la politica estera cinese sono elaborate all’interno di una solida cornice costituita da alcuni principi non negoziabili e da una tradizionale preferenza per un orientamento di lungo periodo. I principi più rilevanti che fanno da architrave dell’intero edificio delle relazioni diplomatiche della Repubblica popolare cinese (Rpc) sono senza dubbio quelli inerenti l’integrità territoriale del Paese e la sovranità nazionale. Questi principi costituivano già in epoca imperiale un elemento decisivo nella legittimazione sia del potere statale sia della dinastia regnante e testimoniavano il fatto che questa beneficiasse del “mandato del cielo”. Solo all’interno di questa cornice, e tenendo conto dei suoi elementi costitutivi, sarebbe possibile parlare di pragmatismo nell'elaborazione della politica estera cinese. Va sottolineato come questo non debba essere considerato una semplice flessibilità tattica, anche gli obiettivi di fondo o le preferenze in termini di alleanze possono mostrare rapidi mutamenti, sono i principi, cui è legato un fondamentale processo di legittimazione interna, a non poter essere negoziati. Un’altra caratteristica tradizionale della politica estera cinese è rappresentata dalla concezione multidimensionale di ciò che costituisce il campo dell’azione diplomatica: le relazioni culturali, scientifiche o religiose, ad esempio, sono percepite come parti centrali e non secondarie della politica estera del Paese. In questo senso, in Cina gli elementi di scambio simbolico, oltre a quelli di carattere economico, hanno sempre rivestito un ruolo preminente rispetto alla dimensione militare delle relazioni internazionali.

A sua volta, questa multidimensionalità della politica estera cinese è interpretata e perseguita a partire dal principio di sovranità nazionale. I campi in cui si esplicano le relazioni internazionali del Paese sono altrettanti ambiti in cui devono essere applicati i principi che ne determinano la concezione: si potrebbe ricordare come l’Organizzazione mondiale della sanità sia stato uno dei principali scenari del confronto diplomatico tra Rpc e Taiwan; o come le relazioni con la Chiesa cattolica siano interpretate dalla diplomazia cinese non come una questione inerente la religione ma piuttosto come una questione di difesa della sovranità nazionale nei confronti di uno stato straniero, il Vaticano. La crisi avviatasi negli Stati Uniti dal 2007 e in Europa dal 2010, ha costretto il governo cinese a rielaborare ruolo e obiettivi della propria diplomazia rispetto alla nuova posizione nel sistema internazionale in cui il Paese si trova proiettato, ritenuta a Pechino prematura rispetto alle possibilità effettive e troppo carica di rischi. Nella prima fase della crisi i dirigenti della Rpc assunsero un orientamento assertivo nei confronti degli Stati Uniti, talvolta perfino provocatorio. Nel settembre 2008, un passaggio di alto valore simbolico fu l’imposizione da parte di Rpc, Giappone e Corea del Sud, contrariamente a quanto deciso e annunciato dall’allora segretario al Tesoro Paulson, del salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, dove l’esposizione di investimenti asiatici era considerevole.

Nello stesso momento il passaggio dal G8 al G20, con il conseguente ridimensionamento dei Paesi occidentali, ha ispirato il recupero di una delle costanti della retorica diplomatica cinese, ovvero il riferimento alla conferenza di Bandung come costruzione di un’alternativa agli assetti del potere internazionale; sembrò essere questa la nuova carta su cui puntare, in accordo con gli altri Paesi che poi avrebbero costituito l’acronimo Brics. A fronte della retorica vi era anche la speranza che la crescita delle esportazioni verso questi Paesi, e verso l’Europa e la Germania in particolare, compensassero il crollo del mercato Usa, consentendo al piano d’intervento economico di Pechino di produrre gli effetti sperati. La lenta crescita della domanda interna (solo nel febbraio 2012 si sono iniziati a registrare segnali importanti di crescita dei consumi cinesi), la presa di coscienza dell'insufficiente domanda prodotta dai Brics, non credibili come mercato sostitutivo, e il peggioramento della crisi europea, hanno convinto il governo cinese a cercare un nuovo rapporto con gli Stati Uniti, prendendo atto della complementarietà delle due economie.

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