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Atene, 15/3/2012
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  • lettere internazionali

Le candele di Kavafis. I giorni futuri, scriveva Kavafis, stanno avanti a noi come una fila di candele accese, dorate, calde e vivide. Chissà cosa direbbe il celebre poeta osservando come la malapolitica ha ridotto l’Ellade di oggi. Forse l'accosterebbe a una fila di candele già spente, con la cera raggrumata e quindi inutilizzabile, oppure a un impercettibile focolaio ancora acceso, ultima speranza di risalita. Perché il sottile filo che unisce (per quanto?) i vari lembi di un paese fratturato dalla crisi si chiama orgoglio. Raccontare cosa accade nella Grecia a un passo dal default non è solo esercizio di cronaca spicciola e cruda, per via di storie che sembravano lontane nel tempo, che invece stanno di nuovo facendo capolino in questo pezzo di Europa dimenticato. Ma è guardarsi dentro, guardare alla culla della civiltà per certificare il fallimento politico, anche di burocrati continentali che dell’Europa non hanno fatto ciò che giganti come Altiero Spinelli immaginavano.

Il piano della troika non ha sortito solo gli effetti da ragionieri diffusi dai media, ma riverberi sociali devastanti di cui poco si tiene conto. Molti cittadini, per lo più anziani, si rifugiano in zone rurali, come quelle di Creta o delle montagne in Fthiotida e Tessaglia. Perché la vita costa meno, non ci sono palazzi con i condomini alle stelle, si vive (o si cerca di farlo) di quello che si produce. Interi nuclei familiari scelgono di emigrare più a est dell’Ue, alcuni addirittura in Svezia o in Australia. Molti immigrati albanesi, che in Grecia lavoravano nei cantieri edili o come braccianti agricoli, fanno ritorno in patria. Un cambio di passo schizofrenico nell’era della globalizzazione, un’azione da macchina del tempo che nessun Solone dell’economia, e men che meno qualche sociologo di grido, ha neanche lontanamente previsto. Senza contare le fibrillazioni sociali che toccano chi di questa crisi sta pagando il conto. A Komotini, nel nord del paese, un sessantaduenne disoccupato (licenziato otto mesi fa dalla fabbrica in cui lavorava) ha preso in ostaggio due persone nella speranza di riottenere quell’impiego, per poi rilasciarli e costituirsi alla polizia. Poco prima, in preda a un raptus, aveva aperto il fuoco con un fucile ferendo due concittadini. La disperazione per una vita che vedeva frantumarsi in modo lento e inesorabile. Scene da film scoloriti e vecchi di decenni, quando il digitale non c’era ma si faceva largo, deleteria, l’illusione che il benessere fosse per tutti.

Far fallire incontrollatamente oggi la Grecia, secondo l'Institute of International Finance (Iif), la lobby delle principali banche del mondo, costerebbe oltre mille miliardi di euro. Con ripercussioni disastrose per l’intera area euro-mediterranea, e soprattutto per le banche tedesche e francesi ancora esposte, quindi fortemente interessate al varo, obtorto collo, di quelle misure votate dal parlamento ateniese. Che garantiranno altri prestiti, con tassi di interesse altissimi. Certo, in un momento in cui moltissimi greci sono al di sotto della soglia di povertà, con il ceto medio che sta sprofondando verso il basso, con il crollo dei consumi e con investimenti che nei fatti non ci saranno, stride voltare lo sguardo alla cultura.

Se il paese si chiama Grecia, però, non si può ignorare il rischio di depauperamento dell’immenso patrimonio socioculturale mondiale che, sotto i colpi della crisi, sta subendo un duro attacco. È il caso di numerosi scavi che, in mancanza di fondi, si bloccano e i cacciatori di tesori trafugano preziosi reperti. Il quotidiano “Ta Nea” riferisce che vicino Pella, l’antica capitale della Macedonia, gli archeologi hanno trovato il terreno martoriato di buche: segno che i tombaroli sono in azione indisturbati, in una zona particolarmente ricca di testimonianze rilevanti come le maschere funerarie d’oro poste a decorazione delle tombe dei nobili macedoni. Un altro segno della crisi, dove tutto sembra implodere verso il caos, un magma in cui le previsioni non sono rosee e la luce in fondo al tunnel non si vede. Ma, proprio per questo, come dimostrano millenni di storia ellenica, tutto fa credere che qualcosa (di buono) potrebbe accadere. E le fila delle candele di Kavafis si vedranno finalmente di nuovo accese.

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Comments
Pavlos Nerantzis, 15-03-2012, 19:49
Bravo, Francesco. Belissimo il tuo pezzo, ma chi ci ascolta? Qui è in atto una guerra invisibile e perciò più dura, che purtroppo ancora non vedono tutti, anche in Grecia.