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Kigali, 14/2/2012
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  • lettere internazionali

Il J’accuse di Parigi. Il genocidio in Rwanda costituisce una delle tragedie contemporanee con cui la storia e la memoria dell’Africa sono costantemente sollecitate a fare i conti. La pubblicazione, all’inizio di gennaio di quest’anno, di un nuovo rapporto redatto su incarico della magistratura francese sui responsabili dell’attentato che il 6 aprile del 1994 diede di fatto avvio al genocidio costituisce un nuovo passo nella direzione di una sempre più profonda ricostruzione storica delle violenze in Rwanda, che rimane tuttavia ancora lontana dall’essere non solo conclusa, ma anche condivisa.

Tra l’aprile e il giugno del 1994 circa 800.000 persone vennero uccise in Rwanda, vittime della violenza scatenata dai vertici politici e militari del Paese, che si identificavano con il progetto della supremazia della popolazione «hutu» sulla minoranza «tutsi». Le basi politiche del genocidio vennero poste nel lungo periodo da circa tre decenni di gestione autoritaria del potere a opera di una classe politica che, assunto il controllo dello Stato a cavallo dell’indipendenza, nel 1962, non aveva esitato a manipolare i problemi ereditati dalla dominazione coloniale, alimentando la contrapposizione tra la maggioranza «hutu» e la minoranza «tutsi», così da rafforzare il proprio controllo sul Paese.

La transizione democratica avviata nei primi anni Novanta dal governo del presidente Juvénal Habyarimana, che intendeva in questo modo dare risposta da una parte al raffreddamento del sostegno dei donatori internazionali successivo alla fine della Guerra Fredda e, dall’altra, alla guerra civile che nel 1990 il Rwandan Patriotic Front (RPF, costituito in Uganda da gruppi di fuoriusciti «tutsi») aveva avviato nel Nord del Paese, era culminata nell’agosto del 1993 nella firma ad Arusha, in Tanzania, di un accordo di pace tra il governo e il RPF. L’attuazione già estremamente difficoltosa di questo accordo venne improvvisamente interrotta il 6 aprile del 1994 dall’abbattimento sui cieli di Kigali dell’aereo su cui Habyarimana e Cyprien Ntaryamira, il presidente del Burundi, stavano facendo ritorno da una sessione di negoziati ad Arusha. Nelle ore immediatamente successive all’esplosione aveva inizio il genocidio, che avrebbe colpito in maniera sistematica la popolazione «tutsi» e gli «hutu» che non condividevano il progetto di supremazia della maggioranza abbracciato dai vertici politici e militari del Paese. Mentre la missione dell’Onu assisteva impotente ai massacri, i ribelli del RPF si facevano strada, e all’inizio di luglio conquistavano Kigali.

Data la rilevanza storica di quanto avvenuto il 6 aprile, era inevitabile che la ricerca dei responsabili dell’attentato all’aereo presidenziale diventasse tanto importante quanto esposta alle manipolazioni della politica e della disinformazione. Non a caso, in questi ultimi 15 anni, ogni sorta di ipotesi e congettura è stata fatta su chi abbia lanciato il missile che diede l’avvio al genocidio. Dal 2006, tuttavia, la questione ha assunto un forte rilievo internazionale, rendendo estremamente difficoltosi i rapporti tra il governo rwandese del presidente Paul Kagame, leader del RPF, e la Francia che, sotto la presidenza di François Mitterrand, sostenne fino all’ultimo il regime di Habyarimana. La prima inchiesta fatta svolgere dalla magistratura francese, investita della questione perché i due piloti del Falcon erano cittadini francesi, era infatti giunta alla conclusione che il missile era stato sparato da un’area di Kigali sotto il controllo del RPF. Il mandato di arresto spiccato dai giudici francesi nei confronti di alcuni esponenti del RPF aveva spinto Kagame non solo ad accusare Parigi di alimentare il revisionismo storico al fine di scagionare la Francia da ogni responsabilità politica nel genocidio, ma anche a decidere di interrompere le relazioni diplomatiche.

All’inizio di gennaio, un secondo rapporto commissionato dai nuovi giudici francesi che si occupano del caso è giunto a conclusioni radicalmente diverse: il missile sarebbe partito da un’area controllata dai membri della guardia presidenziale rwandese. Dal punto di vista politico, questa conclusione corrobora quanto la grande maggioranza degli storici e degli osservatori ha sempre sostenuto, e cioè che i vertici militari e politici del Rwanda, contrari alla politica di Habyarimana, decisero di eliminare quest’ultimo, per poi avviare lo sterminio di 800. 000 persone. Bisogna notare che questo rapporto viene pubblicato in un frangente caratterizzato del miglioramento dei rapporti tra Francia e Rwanda, orchestrato dal presidente francese Sarkozy, che, in visita a Kigali nel 2010, ha pubblicamente riconosciuto gli errori di valutazione politica commessi da Parigi durante il genocidio. Accolto con favore dai vertici politici rwandesi, il rapporto è stato subito rigettato da alcuni esponenti politici «hutu» in esilio. Un segno evidente che la memoria e la storia del genocidio, ancora piena di punti oscuri, continua a dividere il Rwanda.

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