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Teheran, 26/1/2012
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  • lettere internazionali

Rivoluzione culturale, parte seconda. Più di trent'anni dopo la cosiddetta “rivoluzione culturale” destinata a islamizzare le università, eliminando tendenze monarchiche e poi comuniste, l'Iran ha intrapreso un'altra “islamizzazione” delle università. Concretamente ciò significa che le università dovranno implementare la separazione dei sessi, che il Consiglio della Rivoluzione culturale riscriverà manuali di Scienze sociali e che alcuni corsi rischiano l'abolizione. A uno sguardo superficiale, la misura sembra perfettamente in linea con la politica culturale della Repubblica islamica. I partigiani della riforma vorrebbero presentarla come una misura culturale a doppio scopo: si intenderebbe innanzitutto far rispettare le prescrizioni islamiche che richiedono la separazione dei sessi negli spazi pubblici. In secondo luogo, vorrebbero liberarsi dell'influenza occidentale sulle menti degli studenti delle facoltà di Scienze sociali. Difficile credere però che per trent'anni la Repubblica islamica abbia tollerato un sistema universitario non-islamico o che i manuali universitari abbiano per tre decenni instillato negli studenti uno spirito pro-occidentale. Ciononostante, il ministro dell'Educazione Kamran Daneshju afferma che sta semplicemente applicando le regole stabilite dopo la Rivoluzione del '79. Se fosse così, verrebbe da chiedersi perché proprio ora. Pare insensato incidere in profondità su un sistema universitario che sembra funzionare relativamente bene. Secondo la società canadese Science-Metrix, specializzata nella misurazione della scienza e dell'innovazione, l'Iran conosce da due decenni addirittura un incremento di capacità scientifica tra i più forti al mondo. La produzione scientifica nazionale sarebbe infatti cresciuta ad un ritmo superiore di 11 volte rispetto alla media mondiale.

Se non può quindi essere un improvviso declino del sistema universitario a causare il rinnovato interesse per l'islamizzazione, parte dell'opposizione sostiene che l'obiettivo reale sia l'indebolimento del movimento studentesco. Lanciata dal dirigente clericale supremo Ali Khamenei dopo le elezioni del 2009, la riforma complicherebbe appunto possibili mobilitazioni anti-regime, separando studentesse e studenti. In realtà, lo scopo sembra più ampio. Un commentatore conservatore trae infatti una conclusione più radicale: siccome l'università cartesiana non potrà mai, per natura, essere islamica, la sua islamizzazione sembra predestinata a fallire. Sarebbe quindi arrivato il momento, si chiede, di integrare seminari religiosi e università per creare una nuova entità non-cartesiana? La sua riflessione è rivelatoria. Più che come una correzione di certe deficienze del sistema universitario, l'islamizzazione va intesa nel tentativo clericale di riprendere il controllo della Repubblica islamica, abolendone le istituzioni più repubblicane, in favore di quelle più islamiche, solitamente meno democratiche.

Non a caso, l'ultraconservatore ayatollah Mesbah Yazdi ha sottolineato che né gli universitari, né il governo paiono adatti a implementare l'islamizzazione. I primi, durante i trent'anni di Repubblica islamica, avrebbero dimostrato di non avere l'entusiasmo o la convinzione necessaria per tale impresa. Il governo, sempre secondo Mesbah Yazdi, preferirebbe invece “soddisfare” il popolo o sviluppare missili e satelliti, piuttosto che concentrarsi sulla “cultura”. E in quel caso, la pesante responsabilità della riforma cadrà naturalmente sulle spalle di enti (pro-)clericali. C'è in effetti da chiarire chi, se non il governo o gli accademici, sarà responsabile per l'implementazione e il controllo della riforma. Il rafforzamento del ruolo dei Basij universitari, studenti organizzati dalla milizia dello stesso nome, fedelissimi di Khamenei, fa pensare che saranno loro a sovrintendere “l'islamizzazione” sul terreno. L'incremento de facto della loro presenza, e dei loro poteri, è disegnato ad uguagliare l’“islamizzazione” al controllo delle istituzioni islamiche sull'università. Il percepito estremismo dei Basij, come visto nel recente assalto all'ambasciata inglese a Teheran, potrebbe però anche approfondire gli scismi nel mondo universitario, radicalizzando parte della popolazione studentesca nella sua opposizione al regime, il ché costituirebbe un effetto boomerang, rafforzando la contestazione anziché minarla.

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