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Mosca, 3/1/2012
rubrica
  • lettere internazionali

La primavera russa. A Mosca sta accadendo qualcosa di molto importante e di storicamente inedito (o forse accaduto nel febbraio 1917?), ma di non facile decifrazione politica. Il 10 dicembre, in piazza Bolotnaya, e di nuovo il 24, sulla prospettiva Sakharov, si sono tenute due grandi manifestazioni di protesta contro i brogli elettorali in favore di “Russia unita”. Brogli che si sono verificati alle elezioni parlamentari dello scorso 4 dicembre e che sono stati documentati anche con filmati (diffusi da diversi blog) da comuni cittadini presenti ai seggi. La forbice delle valutazioni sul numero dei partecipanti è  sconcertante: rispettivamente, nella prima e nella seconda manifestazione, 25.000 e 30.000 secondo le autorità di polizia; 40.000-80.000 e 100.000-120.000 persone secondo organizzatori e testimoni. Le manifestazioni, entrambe autorizzate, si sono svolte in modo pacifico. Manifestanti e poliziotti si sono  addirittura complimentati gli uni con gli altri per la correttezza dei rispettivi comportamenti. L’invito a manifestare è stato diramato dai rappresentanti dei diversi gruppi di opposizione “extra-sistema” - di sinistra, destra  e di sostegno ai diritti umani - non rappresentati alla Duma per il basso suffragio che essi tradizionalmente raccolgono: ma il grosso dei manifestanti (analogamente alla Primavera araba) si è mobilitato con scambi personali e tra gruppi informali su Twitter, Facebook e simili.

Si tratterebbe, così, di una manifestazione senza precedenti nella Russia post-sovietica, e in Russia tout-court (per numero e modo di aggregazione socio-politica),  di una “società civile” che scende in piazza, soprattutto, in difesa della propria dignità di cittadini offesi dagli abusi del potere. I partiti dell’opposizione parlamentare (comunisti e “Russia giusta”) si mantengono guardinghi: la folla chiede ai loro deputati di rimettere il mandato appena ricevuto e chiede nuove elezioni politiche per febbraio. Ma anche personaggi dell’opposizione “extra-sistema”, liberali e nazionalisti, sono stati fischiati, assieme a noti conduttori televisivi non-conformisti. La folla  sembra scaldarsi un po’ solo per l’iniziatore di una popolare campagna contro “il partito dei truffatori e dei ladri” (“Russia unita”,  di Putin e Medvedev). Per il resto, i manifestanti sembravano soprattutto congratularsi  tra di loro per il fatto di ritrovarsi in piazza tutti insieme.

Ma chi sono costoro? C’è un largo accordo tra giornalisti e studiosi sociali russi: in gran parte, i beneficiari del decennio putiniano, la “classe media” tanto invocata dai governi post-sovietici e dalle scienze sociali indigene e occidentali, apolitici ma divenuti, con il tempo, civilmente consapevoli,  che hanno ottenuto da Putin stabilità e sicurezza di reddito e di avanzamento professionale e che, ora, detestano che si continui a trattarli come sciocchi o immaturi per una vera democrazia. Si potrebbe dire che lo stesso Putin ha creato le condizioni del proprio declino: e, con qualche probabilità, superamento.

Il rating di “Russia unita” e del tandem  Putin/Medvedev, declinante dall’inizio dell’anno, è poi precipitato con il voto del 4 dicembre, che ha portato la prima dal 64 al 49% dei suffragi (e dal 75 al 53% dei seggi). Cruciale, a questo esito, il gran rifiuto compiuto da Medvedev, il 24 settembre,  con la sua rinuncia a candidarsi per le presidenziali del prossimo marzo in favore di Putin. Scompariva, così, l’"alternativa" liberaleggiante -  all’interno del putinismo, si badi bene -  sulla quale una parte dell’elettorato leale al potere contava. Quel che è peggio, dopo due anni che i dioscuri ripetevano urbi et orbi che solo all’ultimo momento essi avrebbero deciso chi dei due si sarebbe presentato,  hanno  preso a dichiarare che la decisione era stata presa da essi da molto tempo. Questa è stata la prima volta che l’elettorato si è decisamente sentito preso in giro. Da diversi giorni – e in mezzo ad altre, imperdonabili gaffe - il tandem sta cercando febbrilmente di correre ai ripari. E’ già cominciata la sostituzione delle dubbie leggi elettorali del 2004-2005  e delle altre  che, dal 2002 in poi, hanno reso scoraggiantemente macchinosa e discrezionale la procedura di registrazione ufficiale dei partiti politici e di presentazione delle candidature alla Presidenza. Basterà?

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