Rivista il mulino

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Buenos Aires, 28/12/2011
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  • lettere internazionali

La crisi compie dieci anni. Grandi gigantografie sono esposte proprio dove dieci anni fa c’erano proteste e saccheggi, rabbia e cortei, disperazione e incendi. È questo il modo in cui la presidenza della Repubblica ha deciso di ricordare, a dieci anni di distanza, quel fatidico dicembre del 2001, quando l’Argentina logorata dalla crescita economica dei ruggenti anni Novanta decise di scendere in strada. Una protesta confusa, incapace di esprimere un progetto politico ben definito, ma una protesta di massa che attraversò tutte le più grandi città argentine, dalla capitale Buenos Aires a Cordoba passando per Paraná. C’era la classe meno abbiente, quell’universo di persone che popolava le strabordanti villas miserias. C’era quella classe media che, forse dopo molti anni, rimetteva piede in piazza con le casserule, le cacerolas. Una classe media indignata dopo l’approvazione del cosiddetto corralito – legge che limitava di molto la possibilità di ritirare denaro dai conti correnti – animato dallo scopo di continuare la parità tra il dollaro e il peso limitando la fuga di dollari dalle banche argentine. Di lì in avanti, gli eventi si succedettero a ritmo frenetico: i saccheggi di piccoli e medi commercianti, la dichiarazione dello stato di emergenza, le dimissioni del ministro dell’Economia e la morte di manifestanti altro non furono che gli epifenomeni di più crisi che, giorno dopo giorno, si intricavano sempre più.

Quella del 2001 fu non soltanto una crisi economica, ma piuttosto politica. Della crisi economica la classe politica era, nelle parole dei manifestanti, l’unica responsabile per aver messo in ginocchio una nazione intera. Verso questa pletora di politici, che agli occhi dei manifestanti appariva troppo impegnata a rimpinguare le proprie tasche, montava la rabbia della piazza, amplificata dalla cassa rullante della più rude antipolitica. E il motto “Que se vayan todos” contribuì a compattare questa protesta. E mentre le voci e le grida riempivano l’Avenida de Mayo, la plaza del los Congresos e Plaza de Mayo, il mondo politico sembrava immobile. Il Congreso e la Casa Rosada rivelavano la debolezza di una politica sotto scacco, stretta tra le manifestazioni e il rifiuto del FMI di aprire nuovi canali di credito. Così i parlamentari si dilungavano in discussioni che alla piazza apparivano sterili e inutili. Il presidente Fernando de la Rúa decise dunque di dimettersi fuggendo dalla Casa Rosada in elicottero. Ed è questa una delle rappresentazioni più emblematiche di un potere politico che abbandona il Paese ripiegandosi su se stesso.

A occupare il posto di de la Rúa si susseguirono, in poco più di dieci giorni, in un continuo rimbalzarsi di responsabilità, dapprima Ramón Puerta, poi Adolfo Rodriguez Saá, Eduardo Camaño e, infine, Eduardo Duhalde, che rimase in carica fino al maggio dell’anno successivo. I poteri passarono al nuovo presidente sostenuto dallo stesso Duhalde, Néstor Kirchner, il 25 maggio del 2003. La carica simbolica della data (il 25 maggio si celebrano i primi sollevamenti nella città di Buenos Aires contro la dominazione spagnola) conferiva una rinnovata verginità al neo-presidente affidando a Duhalde il ruolo di “salvatore della patria”. Un bagno di legittimità necessario per un presidente eletto con meno del 25% dei voti e senza un partito ben strutturato alle spalle, da un lato, e, dall’altro, per una classe politica screditata nella sua interezza.

Su queste basi i Kirchner, Néstor prima e Cristina poi, hanno costruito il proprio consenso politico. A questa esigenza entrambi i presidenti hanno piegato le posizioni e gli avvenimenti del 2001. Néstor Kirchner non era un neofita della politica, né un outsider distante dal sistema politico argentino degli anni Novanta: era stato membro del Partito Justicialista ed era stato legato al presidente Carlos Menem, oltre a essere uno dei principali esponenti della sua provincia (Santa Cruz). Benché Kirchner fosse parte importante della classe dirigente che il movimento di piazza del 2001 voleva mandare a casa, è proprio sul “que se vayan todos” che il discorso politico kirchnerismo si è fondato. E sta proprio nell’invenzione e nel consolidamento del kirchnerismo, probabilmente, una delle più importanti eredità delle proteste del dicembre 2001. Ma non è la sola. Vi è, infatti, una profonda ferita nella società civile argentina: 39 morti, migliaia di feriti, la reazione autoritaria dello stato alle proteste. Rimangono le immagini e filmati, metri e metri di pellicola a testimoniare questa ferita profonda, le cui cicatrici si chiamano insicurezza sociale, antipolitica, delegittimazione dell’avversario politico, diffidenza verso la classe politica. Elementi, questi, che condizionano pesantemente ancor oggi la vita politica argentina.

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