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Vestire i panni del lavoro
rubrica
  • Memoria /memorie

Pubblichiamo l'incipit dell'articolo di Aris Accornero tratto da "il Mulino", 5/2011, in uscita in libreria il 13 ottobre.

 

Una storia del costume operaio è ancora da scrivere, ma possiamo senz’altro affermare che in questi centocinquant’anni l’industria ha inventato il vestito da lavoro, e che lo sviluppo del Paese lo ha diffuso ovunque. Ma nel 1861, quando l’Italia diventa unita, questa trasformazione è appena iniziata. E prima?

Prima, e per quasi tutto l’Ottocento, c’è ben poca differenza fra come ci si veste per recarsi al lavoro, e che cosa si indossa durante le ore di lavoro. Il grosso dei lavoratori usa gli stessi panni per stagioni intere, cercando di non consumare quelli della domenica. Ciò vale tanto più se il luogo di lavoro è un fabbricato non troppo grande, né lontano da casa: levata la giacca l’operaio è bell’e pronto, mentre all’operaia basta un grembiule. Fonditori, fucinatori, calderai, soffiatori, carpentieri proteggono gli indumenti da lavoro con grembiuloni, berrettacci, stivali o zoccoli, a cui non sempre provvede il padrone. Nelle miniere ci si veste molto oppure ci si spoglia quasi, come capita a «carusi« e adulti delle zolfare siciliane.

Lo documentano sia la pittura a vario titolo «verista» o «realista», sia le rare fotografie d’officina scattate in quell’epoca: fra i maschi domina l’accoppiata calzoni-maglia (o maglione) e fra le femmine quella grembiule-abito (o sottoveste). Beate quelle che, come le «sartine», lavoravano duramente e lungamente, ma senza sporcarsi: nel senso comune è infatti inteso che i lavori buoni non richiedono indumenti speciali…Già quarant’anni dopo, il dipinto Il Quarto Stato, di Giuseppe Pellizza da Volpedo, metteva a fuoco un prototipo di soggetto proletario accomunato dall’abbigliamento assai più che dalla prole.

Infatti era ormai iniziato quel che chiamo «il secolo del Lavoro» − maiuscolo, prego − e quel corteo evocava ormai un immaginario sociale in cui è arduo discernere dove lavorano coloro che sfilano. (Il bello è che comunque non sono propriamente abbigliati per il lavoro: quello è semmai il loro vestito da festa. Dopo altri settant’anni, nel film Metello, tratto dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini, i proletari vestiranno panni da muratore.)

 

L'articolo si trova nella rubrica "se centocinquanta vi sembran pochi", ed è scaricabile qui.

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Comments
Pier Paolo Castellari, 06-11-2011, 19:47
La conservazione dei capi buoni ha caratterizzato il costume di tante famiglie operaie, fino all'esplosione consumistica. Poi è invalso l'apparire, una frattura come un'altra, inoffensiva anche se dispendiosa, fra vecchie e nuove generazioni. Insieme all'abito è cambiato anche il modello a cui riferirsi. non sono cambiati gli introiti delle famiglie operaie, ma i discount stanno supplendo alla bisogna, con un'estetizzante riproposizione degli abiti laceri dei disprezzati e contestati avi, a beneficio della trasformistica mutazione dei mercantili speculatori.