Gemelli siamesi. Venerdì 23 settembre, mentre il Presidente dell’Autorità Palestinese (AP) Abu Mazen parlava all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in Israele era da poco entrato shabbat e un profondo silenzio regnava su tutta Gerusalemme ovest. Pochi guardavano in diretta il discorso con cui Abu Mazen comunicava ufficialmente di avere presentato a Ban Ki-Moon la richiesta formale di riconoscimento dell’esistenza dello Stato palestinese. Contemporaneamente, a soli 15 km di distanza, migliaia di persone seguivano sul maxischermo predisposto a piazza Al Manara a Ramallah quello stesso discorso, e sottolineavano con un boato il momento in cui Abu Mazen mostrava all’Assemblea Generale la copia della richiesta di adesione dello Stato palestinese alle Nazioni Unite.

Il modo totalmente differente con cui questa vicenda è stata vissuta da israeliani e palestinesi conferma ancora una volta l’opposta percezione che le due parti hanno sia del conflitto sia del processo di pace. La sensazione di un progressivo isolamento internazionale e la paura che la creazione di uno Stato palestinese sia l’inizio di una nuova ondata di violenza hanno caratterizzato l’atteggiamento del governo e di buona parte dell’opinione pubblica israeliani. Al contrario, i palestinesi hanno partecipato a questo evento con la sensazione di un sostegno internazionale crescente e con la speranza che la nascita di uno Stato indipendente sia la chiave per porre fine all’occupazione. Alla gioia dei palestinesi fa da contraltare la sfiducia dell’opinione pubblica israeliana, che in maggioranza non crede che i palestinesi vogliano davvero la pace, ritiene che questi non si accontenteranno delle frontiere del 1967 e teme che la nascita dello Stato palestinese possa essere l’inizio della fine di Israele.

Al vero e proprio panico che ha accompagnato Israele nelle ultime settimane di fronte all’incapacità di contrapporsi alla mossa diplomatica palestinese si è sostituito, nelle ultime ore, il sollievo di avere al proprio fianco, ancora una volta, l’alleato statunitense. La ferma opposizione di Obama alla proposta palestinese ha, infatti, salvato Israele da una pesante sconfitta diplomatica. Il secco altolà americano non ha, in compenso, intaccato la soddisfazione che si respira in Palestina, l’orgoglio per “avercela fatta”, per avere resistito alle pressioni – per non dire alle minacce - americane. Della possibile frustrazione per una mancata concretizzazione della richiesta di uno Stato palestinese – che, temono in molti, potrebbe comportare una nuova ondata di violenza - non c’è traccia. Non ancora, almeno. Nonostante un’occupazione che dura da più di quaranta anni e un processo di pace iniziato 18 anni fa e impantanatosi subito dopo, i palestinesi continuano a nutrire la speranza che i loro sogni di ottenere uno Stato possano realizzarsi presto. Per una nuova disillusione, in fondo, c’è sempre tempo.

Israele e Palestina sono, dunque, due mondi che non riescono proprio a incontrarsi. A superare l’incomunicabilità tra le due parti ci pensano, però, associazioni e gruppi congiunti israelo-palestinesi che continuano a credere nella possibilità di “due popoli – due Stati”. Tra questi, i Combattenti per la pace, che giovedì 22 settembre hanno festeggiato a Bet Jalla, vicino Betlemme, la nascita dello Stato palestinese, pur consapevoli del fatto che la strada perché ciò accada realmente sia ancora lunga. Il governatore di Betlemme, che ha partecipato all’evento come invitato d’onore, ha cercato di dare una risposta alle paure israeliane, sostenendo come lo Stato palestinese sia la vera e sola garanzia per l’esistenza di Israele. Un grande vecchio della sinistra pacifista israeliana, Yossi Sarid, predendo la parola in conclusione, ha ripetuto lo stesso concetto: Israele e la Palestina sono due gemelli siamesi. Solo la loro separazione garantirà l’esistenza di entrambi; solo uno Stato palestinese libero e indipendente permetterà a Israele di esserlo altrettanto.

Venerdì l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non ha proceduto a un voto sulla mozione palestinese in maniera speculare a quanto accadde nel lontano 29 novembre 1947, allorché l’approvazione della risoluzione n. 181 spianò la strada alla nascita dello Stato ebraico. Probabilmente passerà ancora molto tempo perché si arrivi a un voto. Ma l’aria che si respira in questi giorni in Palestina è che quanto successo abbia reso quel momento più vicino.